Meno test e contagi sottostimati. Il tracciamento è un miraggio. Nell’ultimo mese è crollato il numero dei tamponi. Senza contact-tracing la mutazione delta rischia di travolgerci

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Netto crollo della pressione sugli ospedali, alleggerimento delle terapie intensive ed evidente diminuzione dei nuovi casi da coronavirus. Ma contemporaneamente da oltre un mese si assiste a una progressiva diminuzione dell’attività di testing che sottostima i contagi e documenta la mancata ripresa del tracciamento dei contatti, che in questa fase della pandemia sarebbe fondamentale.

REMI IN BARCA. E’ la fotografia delle ultime settimane della pandemia di SarsCov2 scattata dalla Fondazione Gimbe che sottolinea, inoltre, segnali di aumento della variante delta (o indiana). Nello specifico l’ultimo report evidenzia come “da cinque settimane il numero di persone testate si è ridotto del 31,5 per cento, scendendo da 3.247.816 a 2.223.782, con una media nazionale di 132 persone testate al giorno per 100mila abitanti e rilevanti e ingiustificate differenze regionali”.

C’è da dire anche che da fine novembre 2020 ad oggi in dieci Regioni italiane il numero di tracciatori assoldati per dare la caccia al coronavirus è stato ridotto. È il dato simbolo della carenza di risorse dedicate al contact-tracing in Italia: con tutta il Paese ormai in zona bianca, dopo i vaccini e il rispetto delle regole base, il tracciamento doveva essere la terza arma per arginare la pandemia ed evitare una ripresa dei contagi che porterebbe a nuove restrizioni. E invece?

MACCHIA DI LEOPARDO. In tutte le Regioni si conferma il calo dei nuovi casi settimanali, nonostante il Molise sia in controtendenza l’incremento percentuale è irrilevante in valore assoluto. Inoltre, da nove settimane sono in costante calo anche i decessi, che negli ultimi sette giorni si attestano in media a 59 al giorno. “La costante riduzione dei pazienti ospedalizzati – afferma Renata Gili, responsabile ricerca sui servizi sanitari della Fondazione Gimbe – ha portato l’occupazione dei posti letto da parte dei pazienti Covid al 6 per cento sia in area medica che in terapia intensiva, con tutte le Regioni ampiamente sotto le soglie di allerta”.

Ma nel quadro tracciato dalla Fondazione si rileva anche un segnale di attenzione, che riguarda la variante delta. Secondo l’ultima indagine di prevalenza delle varianti pubblicata dall’Istituto Superiore di Sanità il 18 maggio, la variante delta, che preoccupa gli esperti perché più contagiosa di circa il 60 per cento rispetto alla variante inglese, è presente in media all’1 per cento con differenze regionali e un range che va dallo 0 al 3,4 per cento: in particolare, la diffusione maggiore si registra in Lazio, dove si attesta al 3,4 per cento, in Sardegna con il 2,9 per cento e in Lombardia 2,5 per cento.

Tuttavia nell’ultima settimana la variante è stata isolata in due focolai a Milano e Brindisi, segno di una sua maggiore diffusione sul territorio nazionale che si rileva anche dal database internazionale Gisaid: rispetto ai sequenziamenti su campioni raccolti dal 19 maggio al 16 giugno, su 881 sequenze depositate 57 (6,5 per cento) corrispondono alla variante delta. Rispetto all’efficacia dei vaccini, secondo i dati del Public Health England una singola dose di vaccino (Pfizer-BioNTech o AstraZeneca) ha un’efficacia solo del 33 per cento nei confronti della variante, percentuale che dopo la seconda dose sale, rispettivamente, all’88 e al 60.

CICLO VACCINALE. Inoltre, l’ultimo studio inglese (Public Health England) attesta che l’efficacia del ciclo completo nel prevenire le ospedalizzazioni è del 96 per cento con il vaccino Pfizer-BioNTech e del 92 per cento con quello AstraZeneca. Nell’ultima settimana sono state raggiunte 3.892.072 milioni di somministrazioni, con una media mobile a 7 giorni di 537.765 mila inoculazioni al giorno. L’85,2 per cento degli over 60 ha ricevuto almeno la prima dose di vaccino, con alcune differenze regionali: se la Puglia ha superato il 90 per cento, la Sicilia è sotto il 75.

Degli oltre 4,4 milioni over 80, inoltre, 3.824.604 (85,4 per cento) hanno completato il ciclo vaccinale e 349.498 (7,8 per cento) hanno ricevuto solo la prima dose. Per la fascia 70-79 anni, degli oltre 5,9 milioni rientranti nella classe d’età, 2.544.393 (42,7 per cento) hanno completato il ciclo vaccinale e 2.605.613 (43,7 per cento) hanno ricevuto solo la prima dose. Tra 60 e 69 anni degli oltre 7,3 milioni, 2.655.476 (35,7 per cento) hanno completato il ciclo vaccinale e 3.247.643 (43,6 per cento) hanno ricevuto solo la prima dose.