Corsa al riarmo, l’1% della spesa militare globale basterebbe a sconfiggere la fame nel mondo

Secondo Onu e Wfp basterebbe l'1% della spesa militare globale per fermare la fame che colpisce centinaia di milioni di persone

Corsa al riarmo, l’1% della spesa militare globale basterebbe a sconfiggere la fame nel mondo

L’ordine delle priorità si misura nei bilanci. Nel 2024 la spesa militare globale ha toccato i 2.718 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato secondo lo Stockholm International Peace Research Institute. Nello stesso arco di tempo, 295 milioni di persone hanno vissuto una condizione di fame acuta. Due cifre che descrivono lo stesso mondo e che, accostate, raccontano una scelta politica. Le Nazioni Unite stimano che porre fine alla fame entro il 2030 costerebbe circa 93 miliardi di dollari l’anno: una frazione minima della ricchezza che gli Stati destinano agli armamenti. Tradotto in termini comprensibili: una quota attorno all’1% della spesa militare globale basterebbe a cambiare il destino di centinaia di milioni di persone.

La sproporzione emerge anche guardando al tempo. Il Programma alimentare mondiale segnala che per il 2026 servono 13 miliardi di dollari per garantire assistenza a 110 milioni di persone tra le più vulnerabili. Le previsioni di finanziamento si fermano a circa la metà. Quel buco di risorse equivale a ciò che il mondo spende in difesa in meno di una giornata. I numeri sono riportati nei documenti ufficiali Onu e nel Global Outlook 2026 del WFP, presentato a Roma nel novembre 2025, con un avvertimento netto della direttrice esecutiva Cindy McCain: carestie simultanee a Gaza e in alcune aree del Sudan rappresentano una condizione inaccettabile nel ventunesimo secolo.

Il paradosso globale

La crescita della spesa militare ha una traiettoria precisa. Il SIPRI registra un aumento reale del 9,4% in un solo anno, il più alto dalla fine della Guerra fredda, e un peso sul PIL globale salito al 2,5%. L’Alleanza atlantica concentra oltre metà di quella spesa, mentre l’Europa accelera il riarmo. Sul fronte opposto, i finanziamenti umanitari rallentano. Il risultato è un paradosso strutturale: i conflitti alimentano la fame e la fame alimenta l’instabilità, ma la risposta prevalente resta l’investimento militare. Le agenzie Onu ricordano che circa il 70% delle persone in insicurezza alimentare acuta vive in aree di conflitto. Dove si combatte, i sistemi agricoli collassano, le infrastrutture vengono distrutte, i mercati si fermano. L’intervento armato produce l’emergenza che poi richiede aiuti sempre più costosi.

Le stime economiche spiegano anche il rendimento degli investimenti. Secondo i modelli utilizzati dalle Nazioni Unite e dai grandi programmi di ricerca sullo sviluppo, la spesa in nutrizione, agricoltura resiliente e protezione sociale genera ritorni economici elevati nel medio periodo, perché riduce la povertà, stabilizza i territori e rafforza i mercati locali. L’investimento militare, al contrario, assorbe risorse su cicli pluriennali senza produrre capacità produttiva comparabile. La questione, dunque, supera l’aritmetica: riguarda l’idea di sicurezza che guida le politiche pubbliche.

Il caso italiano

L’Italia si colloca esattamente su questa linea di frattura. I dati dell’Osservatorio Milex indicano che la spesa militare nazionale sfiorerà i 34 miliardi di euro nel 2026, con una crescita costante negli ultimi anni trainata dagli investimenti in nuovi sistemi d’arma. Nello stesso periodo, il contributo italiano al Programma alimentare mondiale è stato circa 56,9 milioni di dollari nel 2024, come riportato dal WFP. Il confronto è immediato: una singola giornata di spesa militare italiana vale più dell’intero contributo annuale al principale organismo globale contro la fame.

Sul piano formale, Roma ospita il polo agroalimentare delle Nazioni Unite e rivendica una tradizione di cooperazione. Sul piano dei flussi finanziari, l’aiuto pubblico allo sviluppo resta lontano dagli impegni internazionali, attestandosi attorno allo 0,28% del reddito nazionale lordo secondo i dati preliminari Ocse. Anche qui la scelta appare chiara: l’espansione della difesa procede, la solidarietà internazionale rimane marginale e spesso contabilizzata attraverso voci che restano entro i confini nazionali.

La tesi secondo cui una quota minima della spesa militare basterebbe a sconfiggere la fame trova riscontro nei documenti ufficiali Onu e nelle analisi del Wfp e del Sipri. Non è una provocazione morale, è una constatazione contabile. La fame nel mondo del 2026 non nasce da una scarsità di risorse, ma da una allocazione deliberata. Finché la sicurezza continuerà a essere misurata in armamenti e la stabilità in deterrenza, il divario resterà. I bilanci raccontano che un’alternativa è possibile. La politica decide se renderla reale.