Cosa succede se la russia chiude il gas all’Italia?

Cosa succede se la Russia chiude il gas all’Italia
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Cosa succede se la Russia chiude il gas all’Italia, mettendo in atto nel Paese quanto già accaduto con Polonia e Bulgaria?

Cosa succede se la Russia chiude il gas all’Italia?

Riproponendo quanto accaduto a partire da mercoledì 27 aprile a Polonia e Bulgaria, la Russia “dovrebbe fermare le forniture di gas a tutti i Paesi ostili”. In considerazione dello scenario invocato dal presidente della Duma russa Vyacheslav Volodin, una simile circostanza riguarderà anche l’Italia che, come tanti altri, figura tra i “Paesi ostili” selezionati dal Cremlino.

Per quanto riguarda l’Italia, la prossima scadenza legata al pagamento delle forniture di gas inviate da Gazprom è fissata per la fine di maggio 2022. Intanto, si susseguono in modo frenetico i confronti a Bruxelles al fine di stabilire se il doppio conto in euro e in rublo presso Gazprom imposto da Mosca rappresenti una violazione rispetto alle sanzioni approvate dall’Occidente contro la Russia.

L’ipotesi che l’import del gas russo verso l’Italia venga bloccato è sempre più concreta e il Governo è al lavoro per individuare possibili soluzioni volte a fronteggiare la situazione emergenziale. Al momento, il Paese è già in stato di pre-allarme, secondo quanto stabilito dall’esecutivo alla fine di febbraio 2022, pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina avviata il 24 febbraio.

Le ipotesi al vaglio del Governo

Nel dettaglio, cosa succede se la Russia chiude il gas all’Italia? Nel caso in cui Gazprom non dovesse più garantire forniture ai Paesi ostili, ad affrontare le conseguenze peggiori sarebbe non solo l’Italia ma anche la Germania che dipendono da Mosca rispettivamente per il 40% del suo import complessivo (pari a 29 miliardi di metri cubi di gas) e per il 51% (pari a 43 miliardi di metri cubi).

Per sopperire allo stop delle forniture russe, l’Italia ha deciso di aumentare le importazioni da Algeria, Quatar e Libia e ha intenzione di riattivare quattro centrali a carbone per incrementare la produzione nazionale.

In relazione alle centrali a carbone che il Governo ha intenzione di riattivare, queste si trovano a Civitavecchia, Brindisi, Monfalcone e Fusina. Come già accennato dal premier Mario Draghi a febbraio, riportando la capacità delle centrali al 100% sarebbe possibile ottenere un risparmio di circa 3,5 miliardi di metri cubi annui. La misura, tuttavia, potrebbe essere adottata a tempo a causa del problema legato alle emissioni di anidride carbonica.

Inoltre, secondo quanto riferito da fonti governative rispetto al prossimo decreto energia che verrà posto all’esame del Consiglio dei Ministri tra il pomeriggio di giovedì 28 aprile e la mattinata di venerdì 29, il testo del provvedimento prevedere “una forte sburocratizzazione delle rinnovabili”. Tutte queste iniziative sono volte a sganciare quanto prima e con le minori ripercussioni possibili sui cittadini l’Italia dalla sua dipendenza dall’energia russa.