Alessandra Maiorino, senatrice del M5S, in queste ore il tema dell’utilizzo delle basi militari italiane da parte delle forze alleate è tornato centrale nel dibattito parlamentare. Qual è oggi la posizione del Movimento Cinque Stelle sul coinvolgimento dell’Italia nei teatri di guerra e dove ponete il limite tra supporto diplomatico e coinvolgimento militare?
“La nostra posizione è estremamente chiara e coerente: per noi la linea rossa è il rispetto della Costituzione e del diritto internazionale, entrambi sovraordinati agli accordi bilaterali che regolano l’uso delle basi USA in Italia. Gli americani in base a questi accordi possono usare le basi in Italia, come successo in passato, se le azioni militari avvengono nel rispetto delle norme internazionali e in ambito Nato. Non possono farlo in caso di guerre unilaterali illegali come quella all’Iran, tanto meno se questa illegalità è riconosciuta e ammessa dal governo. E questo limite vale non solo per il transito di bombardieri, ma anche per il cruciale supporto di intelligence e logistico alle operazioni di guerra. E’ grave e molto emblematico che gli americani abbiano pensato di poter violare questo limite senza un confronto politico preventivo con il nostro governo, che era tenuto a vietare l’atterraggio dei bombardieri coinvolti nei raid su Teheran”.
In un momento in cui crescono le spese legate ai conflitti internazionali, teme che risorse e attenzione politica vengano sottratte alla sicurezza dei lavoratori, alle ispezioni e alla prevenzione degli infortuni?
“Più che temerlo, ciò è già avvenuto. Questa maggioranza ha voluto istituire in Senato la consuetudine di iniziare ogni seduta ricordando i morti sul lavoro. Doveroso, ma anche tragicamente amaro. Malgrado l’introduzione della patente a crediti, un fallimento sotto tutti i punti di vista, il numero dei morti sul lavoro continua ad essere drammaticamente alto e gli infortuni sono aumentati. E le uniche risorse fin qui messe in campo sono state prese dal bilancio dell’Inail, non da stanziamenti del governo. D’altra parte, questi sono gli stessi che hanno provato a tagliare le ore di formazione obbligatorie sulla sicurezza nei cantieri ad alto rischio e che hanno riformato il codice degli appalti in senso più ampio, concedendo subappalti a cascata senza prevedere un limite alla minima offerta: è chiaro che così a rimetterci è la sicurezza. Inoltre, la scelta di concentrare tutte le risorse nel settore della Difesa e la firma del Patto di Stabilità, che costringe l’Italia a tagli da circa 13 miliardi l’anno, non aiutano. Sono scelte politiche cha hanno inevitabilmente ricadute negative sulla qualità della vita delle persone, e anche sulla sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori”.
C’è chi sostiene che la produzione militare possa rappresentare una leva occupazionale per alcune aree industriali del Paese. Secondo lei è un modello sostenibile oppure rischia di creare lavoro legato a un’economia di guerra?
“Questa è da sempre una motivazione che i ‘falchi’ storicamente portano a sostegno dell’idea che la guerra sia anche ‘buona’. Concetto che noi respingiamo fermamente. Ma anche lasciando da parte ogni considerazione di carattere etico, produrre armi è per sua natura un’attività temporanea, legata al consumo di armi, quindi alla guerra. Se c’è guerra c’è domanda, se c’è pace la domanda non c’è più e l’economia va in crisi. A meno di non voler alimentare di proposito uno stato di guerra permanente e creare minacce e nemici inesistenti, come indurre artificiosamente l’idea che i russi vogliano invadere l’Europa o che gli iraniani che vogliono bombardare il Colosseo. Purtroppo questa è la narrativa che sta prevalendo per giustificare gli interessi di un complesso militare industriale sempre più forte. Ma gli italiani hanno dimostrato di non cadere in questa propaganda bellicista”.
Dall’energia al carburante fino al costo della vita, la guerra continua a produrre effetti concreti sulle famiglie italiane. Quali misure ritiene oggi più urgenti per proteggere lavoratori e imprese?
“La crisi energetica avrà effetti pesanti sulla già misera crescita italiana, spingendoci in piena zona stagnazione. Non bisogna andare per il sottile. Occorre un taglio strutturale delle accise, l’individuazione di un operatore pubblico dal quale acquistare energia a prezzi calmierati, prevedere subito una vera tassazione sugli extraprofitti energetici e bancari senza nascondersi dietro letterine mandate a Bruxelles. Fondamentale poi, per trovare risorse reali da destinare a famiglie e imprese, trattare con l’Ue un’immediata flessibilità per svincolarsi dal Patto di stabilità. Purtroppo il Patto stesso, con il suo effetto paralizzante, porta le colpevoli impronte digitali di Meloni e Giorgetti, che l’hanno accettato nel 2024 senza fiatare. Ora è penoso e ipocrita il loro ravvedimento sulla via di Damasco, ma trovare spazio per difendere famiglie e imprese, e non solo per spendere in difesa, è fondamentale. Anche qui, se vogliamo trovare un senso residuo a un governo ai titoli di coda, ottenessero almeno questo dall’Ue, visto che dalla stagnazione alla recessione il passo per l’Italia è veramente breve”.
Il M5S insiste molto sulla via diplomatica. Cosa dovrebbe fare concretamente l’Europa, e cosa dovrebbe fare il governo Meloni, per favorire una de-escalation e un vero negoziato di pace?
“L’Europa, esclusa dalla decisione americana e israeliana di lanciare questa folle guerra, non può permettersi di rimanere esclusa anche dalle trattative di pace. Visto che l’Europa rischia una crisi economica drammatica, almeno questa volta dimostri di saper tutelare i propri interessi senza lasciare che siano americani e cinesi a decidere sulla nostra testa e sulle nostre tasche. Meloni mostri un po’ di coraggio e iniziativa, una volta tanto, e faccia dell’Italia la capofila di un’iniziativa diplomatica unitaria europea per partecipare ai negoziati in Pakistan. E per fare pressione su Netanyahu, che in questo momento è il principale ostacolo alla pace e alla de-escalation, spinga in Europa per sanzioni economiche contro il suo governo di estremisti criminali e per la sospensione di ogni forma di cooperazione commerciale e militare, dando il buon esempio con l’immediata denuncia del memorandum di cooperazione militare bilaterale del 2005 che il 13 aprile si rinnoverà automaticamente per altri cinque anni”.