Crediti bancari poco esigibili. Il salasso non è terminato. Moody’s: istituti italiani ancora troppo esposti. Un regalo a chi compra prestiti problematici

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Il salasso delle banche italiane non è ancora finito. Dopo essere state ridimensionate in Borsa negli anni della crisi del debito sovrano, per il solo motivo che detenevano troppi titoli di Stato, gli istituti hanno ricevuto altri tre colpi sotto la cintura per i quali stanno ancora pagando le conseguenze. I tassi ai minimi storici da una parte, l’obbligo di aumentare il capitale in rapporto agli impieghi e soprattutto di disfarsi dei crediti diventati problematici, hanno costretto le banche a pesanti ristrutturazioni e a bruciare molto del valore non solo teorico di cui disponevano. Il grande business degli Npl – cioè gli attivi trasformatisi in somme difficilmente recuperabili – ha permesso la nascita di colossi internazionali del settore, nella cui pancia si è trasferita – insieme a tanta spazzatura – anche molta ricchezza che le banche hanno dovuto cedere quando è andata bene giusto per due soldi.

Ripartire con gli Npl – Una pacchia, questa per davvero, di cui il sistema della grande finanza non vuole privarsi, nonostante siano ormai passati quattro anni dalla conclusione della crisi dello spread e tutti gli istituti europei – non solo quelli di maggiori dimensioni – hanno compiuto significativi progressi nel ripulire i loro portafoglio di prestiti e del ripristinare i cuscinetti di capitale. Uno sforzo che adesso a sentire l’agenzia di rating Moody’s non è più sufficiente. Per alcune banche – sostiene la società che fa i conti in tasca a finanze pubbliche e imprese – gli ampi stock di crediti problematici restano un forte peso. Più propriamente – scrive Moody’s in un rapporto, citando l’Italia tra i Paesi con un ancor alto livello di Npl – l’incidenza dei crediti deteriorati è stata particolarmente elevata nel 2013, sulla scia della crisi del debito sovrano, quando ha toccato il 6% in media dei prestiti totali, sulla base di un campione di 28 grandi banche europee. La percentuale adesso è diminuita a circa il 4%, segnando quindi un progresso di rilievo, che però non ha coinvolto tutte le banche. E dunque “non si è ancora usciti dal tunnel”. In Grecia e Cipro gli Npl sono ancora oltre il 30%. In Italia all’11%, in Polonia al 5,8% e in Spagna al 4,5%, rileva Moody’s, precisando che nel caso della Spagna il dato non include le attivita’ immobiliari pignorate dalle banche che, se incluse, amplificherebbero l’incidenza degli Npl. “I pesanti stock di crediti deteriorati sono una preoccupazione per le autorità di supervisione europee”, ha spiegato Alain Laurin, associate managing director di Moody’s, sottolineando che “in alcuni Paesi gli alti livelli di Npl potrebbero incidere negativamente sulla capacità delle banche di dare sostegno alla crescita economica”. Per un Paese come il nostro si tratta quindi di una pistola puntata alla testa, nel perfetto stile dei mercati finanziari e speculativi, che da una parte ci obbligano a sacrifici perchè persino le banche ristrutturate non sarebbero sufficientemente solide e poi però queste stesse banche provano a prendersele, come sembra che stia studiando (per ora smetita) Société Générale con Unicredit.