Crimea, è l’ora del referendum

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di Angelo Perfetti

Che il conflitto sulla Crimea possa degenerare in una contrapposizione armata è ipotesi assai remota, non fosse altro per tutelare da possibili e nefaste distruzioni i chilometri di gasdotti esistenti in Ucraina e paesi limitrofi, indispensabili alla Russia per fare business e all’Unione europea per soddisfare il proprio bisogno energetico; ma certo la tensione, a poche ore dal referendum indipendentista della Crimea, è sempre più alta. Al termine dell’incontro Lavrov-Kerry, s’è capito immediatamente che non c’era alcun accordo da presentare: i due capi delle diplomazie di Mosca e Washington hanno tenuto conferenze stampa separate.

Guerra fredda
Non hanno usato termini particolarmente diplomatici. “Non c’è una visione comune” su quanto sta avvenendo, ha chiarito Lavrov. Mosca – ha detto ancora il ministro – “rispetterà l’esito del referendum in Crimea”, ovvero accetterà una molto probabile richiesta di annessione alla Federazione russa. Si tratta – ha precisato da Mosca il presidente Vladimir Putin – di una consultazione perfettamente legittima in base al diritto internazionale e alla Carta Onu. Diametralmente opposta la posizione di Kerry. Gli Usa non possono riconoscere il risultato del referendum, perché è incostituzionale, pur ammettendo che esiste il tema della difesa delle minoranze. “Il presidente Obama ed io non potremmo essere più convinti che ci sia un migliore modo per la Russia di aver riconosciuti i propri interessi legittimi in Ucraina”, ha sostenuto. Dal canto suo Lavrov ha escluso l’ipotesi di
un’invasione militare russa. Mosca – ha detto – “non ha e non può avere il progetto d’invadere il sud-est dell’Ucraina col pretesto che i diritti dei russi, degli ungheresi, dei bulgari e degli ucraini devono essere protetti”.

Le grandi manovre
Nonostante la ribadita non volontà di intervenire militarmente, di fatto la Crimea è sotto il controllo russo e le truppe russe tengono importanti manovre militati al confine con l’Ucraina. Kiev, dal canto suo, ne è ben presente e ieri la Rada, il parlamento, ha dato luce verde alla formazione di una nuova forza armata, una guardia nazionale, forte di 60mila uomini. La tensione resta palpabile, quindi, non solo a livello diplomatico ma anche militare. In Crimea, le autorità locali hanno elevato le misure di sicurezza in vista del referendum di domenica, quando la popolazione deciderà se annettere la penisola alla Federazione Russa, a cui appartenne fino al 1954, o lasciarla in Ucraina.

Verso il voto
La vittoria dei filo-russi è scontata e già lunedì il Consiglio Ue potrebbe vietare l’ingresso nel suo territorio ai vertici del potere politico-economico russo. Una misura concordata con gli Stati Uniti e che potrebbe colpire, secondo la Bild, anche l’ad di Gazprom, Alexei Miller, e di Rosneft, Igor Sechin. In Russia il Cremlino, oltre a intensificare le manovre militari nelle zone al confine con l’Ucraina, ha stretto il controllo sulle fonti di informazione indipendenti. Da giovedì sera, su decisione dell’Authority per il controllo dei media, e’ bloccato l’accesso al blog e dell’oppositore Alexei Navalny su LiveJournal, al sito vicino all’opposizione Ej.ru e al sito dell’ex campione di scacchi e figura anti-Putin, Garry Kasporv (kasparov.ru).

La telefonata
Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha chiamato il presidente russo Vladimir Putin per dirgli che secondo le Nazioni Unite una soluzione negoziata della crisi in Ucraina e’ ancora possibile. Lo ha detto lo stesso Ban parlando con lo stampa al palazzo dell’Onu. Il numero uno delle Nazioni Unite ha ribadito la sua opposizione al referendum in Crimea, che avrebbe “un impatto sulla sovranità, l’unità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”.