Martedì 4 agosto il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha messo in fila i due numeri che chiudevano la crisi di Ceuta: delle 72.000 persone entrate nell’exclave dal Marocco, 70.000 erano già tornate indietro. L’Italia controllava da tre giorni i passeggeri in arrivo dalla Spagna e avrebbe continuato a farlo per altri ottanta, fino a ieri, quando la sospensione di Schengen voluta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è chiusa con un bilancio che parla da solo.
Il 31 luglio, in una nota pubblicata su X, Meloni aveva parlato di una “misura straordinaria” da tenere in vigore “solo per il tempo necessario”. Il tempo necessario si è allungato a colpi di proroghe, e strada facendo è cambiata pure la ragione: il 30 settembre il ministero dell’Interno rinnovava i controlli citando ancora Ceuta, una crisi che Madrid considerava chiusa da otto settimane, e poi “possibili minacce terroristiche”.
Novantanove respinti
I numeri del primo mese, fatti filtrare da fonti del Viminale, raccontavano già tutto. Ad agosto quasi 500mila nominativi passati al setaccio sulle liste passeggeri, oltre 180mila persone identificate all’arrivo. Poi 31 respingimenti, di cui 8 riguardavano cittadini marocchini, e 6 arresti. Eppure il 31 agosto il governo ha chiesto la prima proroga, e la Commissione europea si è limitata a confermare di averla ricevuta e di volerla valutare.
Il bilancio finale l’ha pubblicato Agenzia Nova citando fonti qualificate: dal 1° agosto al 20 ottobre sono stati controllati 1.503.386 nominativi e identificate 505.848 persone, con 99 respingimenti e 15 arresti. Fa un respinto ogni 5.110 persone identificate. Il conto, del resto, si fa da solo: a Ceuta ne erano entrate 72.000 in una settimana, alle frontiere italiane in quasi tre mesi ne sono state respinte 99, e se si guarda agli arresti, quindici in 81 giorni, se ne conta uno ogni cinque giorni abbondanti.
Il prezzo pagato a Madrid
Il costo politico invece è arrivato subito. Dall’8 agosto la Spagna ha risposto con controlli sui voli in arrivo dall’Italia, secondo Sky TG24 con circa cento agenti a verificare fra il 5 e il 10 per cento dei passeggeri, mentre il presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez scriveva su X che il rispetto “dei trattati europei e dei dati” è tutt’altro che facoltativo e metteva sul tavolo i numeri dell’agenzia europea delle frontiere Frontex: fra il 2021 e il 2026, ricordava Sánchez, gli ingressi irregolari sono stati 478.600 in Italia e 234.760 in Spagna. Roma voleva indicare a Madrid il buco nella frontiera. Madrid le ha restituito il dato.
Anche il conto economico pesa sulle stesse spalle. La Spagna è uno dei principali mercati aerei italiani, con 22,5 milioni di passeggeri l’anno secondo l’esperto di trasporti Andrea Giuricin, che già il 2 agosto parlava ad Adnkronos di una «mossa di natura politica». Il suo ragionamento: controllare tutti i passeggeri significa code e sovraccosti, controllarli a campione, come poi si è fatto, «non cambia quasi nulla». E i controlli sono finiti proprio sulla polizia di frontiera: il primo giorno un sindacato di polizia denunciava la “cronica carenza organica” degli uffici di frontiera e chiedeva rinforzi per gli aeroporti di Bari, Pisa e Bologna.
Il 15 ottobre, a margine del Consiglio europeo, Meloni e Sánchez ne hanno parlato, e il 22 ottobre una telefonata fra Piantedosi e Grande-Marlaska ha chiuso la partita con la promessa di un rafforzato scambio di informazioni fra i due ministeri, che entrambi presentano come il frutto di un’analisi attenta e che a Roma ha richiesto quasi dodici settimane. Ottanta giorni dopo, il governo ha fatto esattamente quello che Grande-Marlaska gli chiedeva il 4 agosto: tornare indietro.