Crolla la domanda di petrolio

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di Raffaella Salato

I prezzi sono bassi, ma l’Opec – il cartello dei grandi produttori di petrolio – ieri a Vienna ha deciso di non ridurre la produzione. Segno che hanno bisogno di vendere, e per questo il mercato ha reagito accelerando bruscamente al ribasso le quotazioni, arrivate sui livelli minimi degli ultimi quattro anni. Ieri il greggio Wti è sceso sotto i 70 dollari al barile, mentre il Brent 74 dollari, con una nuova flessione del 5%. I dodici Paesi Opec non cambiano però strategia e il ministro del Petrolio del Kuwait, Ali al-Omair ha confermato che il limite della produzione resta fermo a 30 milioni di barili al giorno.

RUBINETTI APERTI
Sono d’altronde lontanissimi i tempi in cui gli sceicchi potevano decidere liberamente il prezzo del greggio aprendo o chiudendo il rubinetto in faccia ai mercati. Oggi la domanda è enormemente più bassa a causa della fragilità della ripresa economica mondiale (soprattutto alla luce delle conferme sul rallentamento del ciclo di Europa e Cina). Dunque, nonostante l’Opec abbia riunito tutto il suo stato maggiore, ben consapevole del corso ribassista dei prezzi, non si è trovata altra soluzione se non lasciare le cose come stanno. Una buona notizia, in teoria, per i consumatori. Tra la teoria e la pratica, alla discesa dei prezzi del petrolio non corrisponde però una parallela riduzione della bolletta energetica o della benzina. Il motivo, in Paesi come l’Italia, è essenzialmente quello dell’eccesso di carico fiscale.

PIÙ OLIO DI SCISTO
Insieme alla crisi, uno dei motivi per cui il prezzo del petrolio è così bassi sta nel crescente contributo della produzione statunitense (con l’estrazione di olio di scisto in particolare). E non finisce qui. Nel mix di fattori depressivi, contribuiscono anche il rafforzamento generalizzato del dollaro e un clima (soprattutto nell’emisfero settentrionale) decisamente più favorevole rispetto alla media stagionale, che non fa decollare i consumi. Dalla metà di giugno il greggio si e svalutato di oltre il 30%, incidendo pesantemente sulle casse di tutti i Paesi produttori e non solo quelli che fanno parte del cartello (che copre poco più di un terzo dell’offerta mondiale). Alcuni membri Opec, come il Venezuela, si erano apertamente espressi per il taglio della produzione, ma i membri che hanno un maggior peso, come l’Arabia Saudita, hanno preferito non fermare le vendite. A costo di incassare meno.

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