Crollo della produttività, perché nell’ultimo quarto di secolo l’Italia è rimasta ferma mentre l’Europa cresceva

Produttività ferma da oltre vent’anni, salari compressi, microimprese protette: il modello italiano che blocca crescita e redditi.

Crollo della produttività, perché nell’ultimo quarto di secolo l’Italia è rimasta ferma mentre l’Europa cresceva

L’Italia si è fermata mentre il resto d’Europa continuava a muoversi. I numeri sono noti da anni, ma restano politicamente rimossi. Dal 2000 al 2024 la produttività reale per ora lavorata in Italia è cresciuta dello 0,3 per cento. Nello stesso periodo la media dell’Unione europea è salita di circa il 25 per cento. La Germania ha segnato +22 per cento, la Francia +15, la Spagna +19. Il dato è di Eurostat. È il punto di partenza, non una conseguenza.

Lorenzo Ruffino lo scrive con chiarezza: quando la produttività si ferma, i salari si fermano. In Italia i salari reali sono più bassi di quelli degli anni Novanta, un’anomalia unica tra le grandi economie Ocse. La relazione è aritmetica. Se ogni ora di lavoro produce lo stesso valore di vent’anni fa, non esiste spazio per redistribuire reddito senza erodere margini o competitività. Ma la relazione funziona anche al contrario. Salari compressi rendono conveniente continuare a usare lavoro invece di investire in tecnologia. Il risultato è un sistema che occupa, ma non cresce.

Il circolo vizioso che blocca salari e produttività

La produttività totale dei fattori, quella che misura progresso tecnologico, organizzazione e qualità manageriale, in Italia smette di crescere negli anni Novanta. Lo rilevano Banca d’Italia e Ocse da tempo. È la fase in cui l’economia globale entra nella rivoluzione digitale e l’euro elimina la svalutazione come scorciatoia competitiva. Altri paesi ristrutturano. L’Italia no.

Negli ultimi anni l’occupazione aumenta soprattutto nei servizi a basso valore aggiunto. Istat certifica che nel 2024 la produttività del lavoro è calata proprio nei settori dove il lavoro è cresciuto di più: commercio, logistica, attività ricettive, sanità e assistenza. Si creano posti, ma il valore prodotto per addetto diminuisce. È crescita apparente, che diluisce l’efficienza media e rafforza la stagnazione salariale.

Le riforme del lavoro degli ultimi decenni hanno ampliato l’occupazione, ma soprattutto nella parte bassa della scala qualitativa. Contratti intermittenti, bassa intensità lavorativa, turnover elevato. In questo contesto le imprese investono poco in capitale umano e i lavoratori hanno pochi incentivi a specializzarsi. La produttività resta ferma perché il sistema è progettato per restare fermo.

Imprese piccole, incentivi sbagliati

La struttura produttiva completa il quadro. L’Italia è un paese di microimprese. Milioni di persone lavorano in aziende con meno di dieci addetti. I dati Eurostat mostrano che queste imprese occupano una quota elevata di lavoratori ma generano un valore aggiunto per occupato nettamente inferiore rispetto alle imprese medio-grandi. La tecnologia moderna richiede scala, capitale, organizzazione. Il sistema italiano scoraggia tutto questo.

Il regime forfettario è un esempio evidente. La soglia degli 85 mila euro crea un incentivo esplicito a non crescere. Superarla significa un salto fiscale e burocratico che riduce il reddito netto. La conseguenza è una miriade di attività che si fermano deliberatamente prima di espandersi, come mostrano i dati dell’Agenzia delle Entrate sulle concentrazioni appena sotto soglia. È una politica pubblica che premia la piccolezza e penalizza la produttività.

Gli investimenti restano insufficienti. Istat segnala che lo stock di capitale produttivo cresce a ritmi minimi da un decennio. Molte imprese operano con macchinari e organizzazioni datate. Il ritardo digitale è certificato anche dagli indicatori europei sull’adozione delle tecnologie ICT. Dove il lavoro costa poco, automatizzare conviene meno.

Il risultato è quello che Ruffino definisce un equilibrio di basso livello: un sistema stabile, occupato, ma povero. Produttività bassa genera salari bassi. Salari bassi scoraggiano gli investimenti che servirebbero ad aumentare la produttività. Nel frattempo il capitale umano qualificato se ne va, come mostrano i dati sulle migrazioni Istat. L’Italia resta ferma perché ha costruito, pezzo dopo pezzo, le condizioni per restare ferma. E continua a chiamarlo modello.