Da Iaquinta a Reina e Lavezzi. I calciatori fanno gol con la mafia. Frequentare i bomber è il nuovo status symbol dei boss

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L’ultimo caso vede per protagonista Vincenzo Iaquinta. Il cielo è senz’altro meno azzurro sopra gli occhi del campione del mondo 2006: la requisitoria del processo Aemilia (il più grande processo contro la ‘ndrangheta mai celebrato nel nord Italia) andata in scena ieri nell’aula bunker di Reggio Emilia, si è chiuso con la richiesta di condanna per tutti i 147 imputati. E alcune sono molto pesanti, come quelle per Vincenzo e Giuseppe Iaquinta. Per l’ex attaccante della Juventus, accusato di reati relativi alle armi con l’aggravante mafiosa, sono stati chiesti 6 anni di carcere, 19 per il padre Giuseppe per affiliazione alla ‘ndrangheta. Solo pochi giorni fa, invece, ad essere avvicinati al mondo criminale erano stati gli ex giocatori del Napoli Pepe Reina, Paolo Cannavaro e Salvatore Aronica. Ai tre si contestano frequentazioni e piaceri fatti a persone del clan Lo Russo, tanto da essere stati deferiti al Tribunale Federale. Il caso più eclatante è senz’altro quello del neo-portiere del Milan, deferito per “avere intrattenuto e continuato ad intrattenere tutt’ora inopportunamente rapporti di frequentazione ed amicizia con Gabriele Esposito, pregiudicato, Francesco Esposito e Giuseppe Esposito – proprietari di fatto dell’Agenzia di scommesse Eurobet in Napoli alla Piazza Mercato, concretizzatisi in vacanze”. E “scambio di cortesie”.

I nomi in campo – Non è allora un caso che, a fine 2017, nella relazione su “Mafia e calcio” della commissione Antimafia allora presieduta da Rosi Bindi, sia presente un lungo capitolo dal titolo eloquente: “La mafia e i calciatori: il calcio come veicolo di consenso sociale e il match fixing”. Già, perché innanzitutto, precisa la commissione, “il calcio è veicolo di consenso sociale”. Senza dimenticare che “i rapporti con i giocatori possono essere sfruttati a fini illeciti, attraverso il cosiddetto match fixing, cioè l’alterazione del risultato sportivo al fine di conseguire illeciti guadagni attraverso il sistema delle scommesse. E non sempre il calciatore è ignaro del mafioso. Tra i tanti casi, l’Antimafia ricorda la vicenda di Fabrizio Miccoli, condannato dal tribunale di Palermo il 20 ottobre 2017 a tre anni e sei mesi per estorsione, con le aggravanti di aver commesso il fatto avvalendosi del metodo mafioso. In particolare, Miccoli – allora capitano e bandiera del Palermo – “era solito frequentare Mauro Lauricella, figlio del boss mafioso Antonino Lauricella detto Scintilluni, e nell’ambito di questa amicizia aveva anche avuto modo di conoscere Francesco Guttadauro, nipote del boss latitante Matteo Messina Denaro”. Altra istantanea è quella di Ezequiel Lavezzi, rimasto immischiato in una rete di rapporti poco chiari. Diventò intimo di Antonino Lo Russo, figlio del boss Salvatore. “Lo conobbi a Castel Volturno – così si spiegò davanti ai pm che lo interrogarono – e si presentò come capo tifoso. Avevamo un rapporto di grande frequentazione. Veniva a casa mia, giocavamo alla Playstation”. E, come detto, spesso e volentieri i rapporti servono poi per alterare le partite.

Come accaduto, secondo la Dda di Napoli, con i tre giocatori Luca Pini, Francesco Millesi e Armando Izzo – all’epoca dei fatti rispettivamente giocatori dell’ASD Atletico Torbellamonaca il primo e dell’Avellino gli altri due – che erano “a disposizione” del clan Vanella Grassi con l’obiettivo di influire fraudolentemente sui risultati delle partite di calcio dell’Avellino. Pini e Millesi sono stati condannati a marzo. Izzo, invece, è in attesa di sentenza. La partita, insomma, non è ancora chiusa.