Dall’influenza Spagnola al Coronavirus. Da sempre facciamo i conti con le malattie. Ecco cosa ci insegnano le pandemie del passato

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Cosa ci possono insegnare le pandemie del passato? Iniziamo dalla Spagnola che giusto un secolo fa aveva passeggiato per il pianeta. Si sviluppò dal 1918 al 1920 e fece decine di milioni di vittime in tutto il mondo. Il virus H1N1 (virus dell’influenza A) -il suo agente eziologico – si è evoluto da un virus umano (H1) che riuscì ad acquisire materiale genetico da un virus aviario (N2), quindi una genesi diversa dall’attuale virus, ma non meno pericolosa. Infettò anche i maiali e si sviluppò nel clima promiscuo degli eserciti alla fine della prima guerra mondiale.
In realtà, a discapito del nome, i primi contagi avvennero contemporaneamente in Francia, Stati Uniti e Sierra Leone.

Il nome deriva dall’attenzione che provocò il suo arrivò in Spagna – che non aveva partecipato al conflitto – e lo spostamento degli eserciti segnò l’esordio di una sorta di globalizzazione ante litteram che favorì lo sviluppo della pandemia. L’insegnamento più utile che ci deriva e lo studio dei picchi. La Spagnola mostrò un primo picco tra luglio del 1918 poi un secondo picco più alto a novembre ed infine un altro minore (ma maggiore del primo) nel marzo 1919 e si estinse nel dicembre 1920 (circa 19 mesi). Questo modello a picchi si è sempre avuto nelle epidemie e ci insegna che dopo il primo occorre fare ancora molta attenzione perché un secondo (peraltro maggiore) è sempre in agguato, dovuto principalmente ad un allentamento delle misure prese con un ritorno al contagio. Ma il caso della Spagnola è caratterizzato dalla guerra mondiale in corso che ne altera la “cinematica”.

L’interpretazione di questo fatto fu che avevano funzionato le misure igieniche e/o che il virus fosse mutato verso forme meno aggressive. Questo fatto è di un certo interesse perché in effetti nelle foto storiche, ad esempio dell’ascesa del fascismo (nato nel marzo del 1919 cioè verso alla fine della pandemia) e in altri grandi movimenti di massa non c’è traccia di mascherine che anche allora erano diffusissime. Il ritorno ad una normalità fu quindi rapido, ma il concetto di “normalità” è molto diverso da quello che abbiamo noi oggi molto più ricco di interazioni e spostamenti. Sempre restando in campo influenzale le pandemie virali “moderne” sono state dopo la Spagnola: l’Asiatica (Singapore) (H2N2) del 1957 – 58, proveniente come l’attuale sempre dalla Cina, l’Hong Kong del 1969-69 (H3N2) con una ripresa nel 1972 che in Italia fu chiamata “spaziale”, l’HIV/Aids del 1981 e comparsa negli Usa, l’influenza AH1N1 denominata “suina”, che ebbe origine in Messico nel 2009 – 2010 ed infine l’attuale.

Dunque tre delle pandemie moderne hanno avuto origine dalla Cina per via del ricorso ai cosiddetti Wet market cioè i mercati dove si vendono e macellano sul posto gli animali. Tralasciamo le pandemie antiche batteriche, come la peste, il tifo e il colera allora non meno devastanti. In ogni caso la presenza dei picchi ci porta a prevedere un modello a yo – yo fatto di aperture e chiusure progressive da determinarsi sulla base di parametri sanitari di accesso alle strutture. Una differenza fondamentale rispetto al passato è poi quella della possibilità di avere un vaccino e cure anti-virali sempre più sofisticate cosa che non era possibile avere nella pandemia precedenti, ma certamente il danno di questo virus sarà poi uno tsunami economico di proporzioni vastissime, vista la precedente globalizzazione mondiale. Paradossalmente proprio una maggiore possibilità di difesa con mascherine tipo P100 a filtraggio totale segnerà poi un complicato ritorno al concetto di “normalità” rispetto al passato.