Quando Giorgia Meloni il 9 aprile si presenterà in Parlamento a tenerla sulle spine non saranno solo il terremoto provocato dalla batosta referendaria, con le dimissioni di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, e le ambiguità sulla politica estera (non è ancora chiara la linea sulla guerra in Iran) ma a Palazzo Madama e Montecitorio arriverà con alle spalle una gragnola di dati economici negativi che ci dicono tanto su un Paese in sofferenza.
L’ultimo dato negativo è arrivato ieri dall’Istat. L’occupazione a febbraio ha segnato il passo. Gli occupati sono diminuiti di 29mila unità su gennaio (-0,1%), il tasso di occupazione nel mese è calato al 62,4% (-0,1 punti) mentre il tasso di disoccupazione è salito al 5,3%. Cresce il numero di inattivi specie nella fascia giovanile.
Italia fanalino di coda per la crescita
Il conflitto in atto nel Medio Oriente sta orientando tutti gli organismi previsori ed i governi a rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2026 con il timore ormai esplicitato da tutti che la situazione è destinata a peggiorare con l’eventuale protrarsi della guerra nei prossimi mesi. L’Ocse ha tagliato le attese di crescita dell’economia globale ed europea e per l’Italia il pil è visto in crescita di appena lo 0,4% quest’anno con un’inflazione in salita al 2,4%.
Il quadro poco incoraggiante dell’economia nel suo complesso è testimoniato anche dall’andamento della fiducia dei consumatori rilevato sempre dall’Istat. A marzo, questo indicatore cala infatti da 97,4 a 92,6 mentre l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese subisce una riduzione da 97,4 a 97,3. È infine partito male l’anno per l’industria italiana. A metterlo nero su bianco è sempre l’Istat nella nota sull’andamento dell’economia, che fa necessariamente i conti con le tensioni e l’incertezza che attraversano i continenti, alimentati dalle crisi geopolitiche e dalle mutate politiche commerciali, dazi in testa.
Tegola sulla nostra industria
Ed è proprio sull’industria nazionale che arriva un’altra tegola, che colpisce soprattutto la manifattura. Il 2026 esordisce con un dato di nuovo negativo per la produzione, che a gennaio diminuisce dello 0,6% sia rispetto a dicembre 2025 sia rispetto ad un anno prima. Andando indietro nei mesi, è da febbraio 2023 che l’indice su base annua si presenta per lo più con il segno meno (con le ultime interruzioni positive a novembre e dicembre scorsi). Il calo di gennaio è diffuso ai principali raggruppamenti di industrie, con l’unica eccezione dell’energia che invece vola, segnando +4,5% su base mensile e +10,4% su base annua. Gli altri comparti vanno giù, con il calo maggiore per i beni di consumo (-3,8% annuo).
Carovita
L’inflazione in Italia a marzo è salita all’1,7% (dall’1,5% di febbraio), sulla spinta degli energetici e dei cibi freschi. E il carrello della spesa continua a correre più veloce, con i Beni alimentari, per la cura della casa e della persona che rincarano del 2,2%. Le stime dell’Istat registrano la dinamica al rialzo, mentre i consumatori fanno i conti della stangata sulle famiglie e insieme alle imprese avvertono: è solo l’inizio.
La coperta è corta fatta eccezione per le armi
Il governo intanto è a corto di risorse. Il taglio delle accise scadrà il 7 aprile e le destre preparano la proroga per altri 23 giorni, fino al 30. Almeno questa è l’idea: il risultato è legato all’esito della caccia alle coperture. Al ministero dell’Economia si cercano 500-600 milioni. Mentre il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, dopo la sforbiciata annunciata giorni fa, cerca di mettere una toppa e ripristina i soldi per Transizione 5.0. Eppure per le armi non si risparmia. Nel 2025 sono stati spesi 12 miliardi in più rispetto al 2024 per raggiungere il target del 2% del Pil per le spese per la Difesa. Su tutto questo Meloni sarà messa all’angolo il 9 aprile in Parlamento.