Alle due del mattino del 3 gennaio 2026, mentre Bruxelles dormiva il sonno dei giusti (o forse solo degli inconsapevoli) a tremila chilometri di distanza il cielo di Caracas si illuminava per l’effetto combinato di 150 velivoli dell’aeronautica statunitense. L’obiettivo era prelevare un capo di stato, Nicolás Maduro, caricarlo su un volo diretto a New York e processarlo per narcotraffico come un criminale comune.
Di fronte a quello che storici e giuristi faticheranno a non definire un atto di guerra unilaterale contro uno stato sovrano, l’Europa si è svegliata e ha guardato l’orologio, incerta se fosse l’ora di indignarsi o quella di tacere. La cronaca delle ore successive al blitz è il referto medico di un continente politicamente afono.
Bruxelles tra comunicati inconsistenti e formule di rito
La prima reazione ufficiale dell’Unione Europea è arrivata per bocca dell’Alto Rappresentante Kaja Kallas. In un comunicato limato fino all’inconsistenza, Bruxelles ha chiesto “moderazione” e ha ricordato che i principi della Carta delle Nazioni Unite “devono essere rispettati”. Nessuna condanna, nessun cenno alla violazione dei confini, nessuna menzione del fatto che un alleato NATO avesse appena deposto un governo straniero con la forza bruta.
La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, si è rifugiata in una formula di rito: “Siamo solidali con il popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica”. Una transizione che, nei fatti, è avvenuta sotto la minaccia dei fucili d’assalto americani e senza che l’Europa fosse nemmeno avvertita.
Berlino prende tempo, Washington decide
Mentre a Washington si decideva il destino del Sud America, a Berlino il Cancelliere tedesco Friedrich Merz offriva ai giornalisti una dichiarazione che fotografa la paralisi strategica tedesca: “La valutazione legale dell’intervento è complessa e richiede tempo”.
La Germania, motore economico del continente, di fronte al più grande stravolgimento dell’ordine internazionale degli ultimi anni, ha scelto di “prendersi del tempo”. Quel tempo che Donald Trump non ha concesso a nessuno.
Machado, Trump e l’irrilevanza europea
Ancora più rivelatrice è la vicenda di María Corina Machado. L’Unione Europea aveva investito tutto su di lei, conferendole il Premio Sakharov e riconoscendola come l’unica interlocutrice legittima per la democrazia venezuelana. La strategia di Bruxelles era chiara: caduto Maduro, tocca a lei.
Ma Donald Trump ha stracciato questo copione con una singola frase pronunciata durante la sua conferenza stampa: “Non ha il supporto o il rispetto all’interno del paese”. Il Presidente degli Stati Uniti ha scelto invece di dialogare con Delcy Rodríguez, la vicepresidente del regime chavista, avvertendola che se non avesse fatto “la cosa giusta” avrebbe pagato un prezzo più alto di Maduro.
Così l’Europa, con i suoi premi e le sue risoluzioni, è stata semplicemente tagliata fuori dalla stanza dei bottoni. Ancora una volta.
L’Italia rompe il fronte e la Groenlandia entra nel mirino
In questo quadro di irrilevanza collettiva, l’Italia ha deciso di giocare una partita a sé stante, rompendo l’unità di facciata del blocco continentale. Giorgia Meloni è stata l’unica leader di un grande paese europeo a definire l’operazione “legittima”, inquadrandola come un “intervento difensivo” contro la minaccia del narcotraffico.
Una posizione che allinea Roma perfettamente alla “Dottrina Donroe” della Casa Bianca e la distanzia anni luce da Madrid, dove il governo di Pedro Sánchez ha parlato apertamente di “attacco imperialista” e violazione del diritto internazionale. L’asse franco-tedesco tace o balbetta, l’asse mediterraneo si spacca: l’Europa non esiste più come entità politica unitaria sullo scacchiere globale.
Ma se il Venezuela è lontano, la minaccia successiva è arrivata direttamente nel cortile di casa. Poche ore dopo il raid a Caracas, Katie Miller, moglie del vice capo staff di Trump, ha pubblicato sui social media una mappa della Groenlandia – territorio autonomo della Danimarca, stato membro dell’Ue e della Nato – coperta dalla bandiera americana con una sola parola sovrimpressa: “SOON” (PRESTO).
Non era una battuta. Trump ha rincarato la dose dichiarando che gli Usa “hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale” e che la Danimarca “non è in grado di gestirla”.
Solidarietà senza forza
La reazione di Copenaghen è stata di puro panico diplomatico. La Premier Mette Frederiksen ha dovuto ribadire l’ovvio: “Non potete annettere altri paesi”. L’intelligence danese ha classificato gli Stati Uniti come un potenziale fattore di rischio per la sicurezza e ha istituito una “guardia notturna” per monitorare le mosse dell’alleato.
E Bruxelles? Bruxelles ha espresso solidarietà. Un concetto nobile, ma che non ferma le portaerei. L’articolo 5 della Nato protegge l’Europa dai nemici esterni, ma i trattati non prevedono clausole di salvaguardia quando a minacciare l’integrità territoriale di uno stato membro è il capo dell’Alleanza stessa.
L’imbarazzo come presa d’atto
La cronaca di questi primi giorni del 2026 ci restituisce un’immagine nitida e impietosa. L’imbarazzo Ue nasce dalla consapevolezza. La consapevolezza che nel nuovo mondo del “might makes right”, la forza fa il diritto, l’Europa è diventata un osservatore.
Kaja Kallas ha detto che l’Ue sta “monitorando la situazione”. È la frase che si usa quando non si ha più il potere di influenzarla.