Dalla Capitana Rackete a Benetton. Querelare lo Stato è la moda del momento. Ma il diritto non vale solo quando fa comodo

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Va bene che l’Italia è la culla del diritto, ma da questa culla qualcuno deve essere caduto con gravi danni per invocare le sentenza più incredibili, tipo dimostrare che il bianco è nero, il caldo è freddo oppure che intimare il rispetto della legge significa diffamare chi la sta infrangendo. Di questo andazzo hanno continuamente prova molti cittadini quando si rivolgono alla Giustizia e dopo aver consumato tutta la pazienza di Giobbe si vedono pure dare torto, sentendosi dire che ormai le decisioni dei tribunali sono una lotteria, e non basta avere ragione ma bisogna avere pure il culo di trovare qualcuno che questa ragione te la dia.

Della certezza del diritto, insomma, è rimasto solo il mito, e quando scopriamo quello che sta venendo fuori con lo scandalo del Csm non facciamo fatica a capirne il motivo. La legge, che è la risposta al caos, diventa così essa stessa un Far West, e nell’ormai sterminata antologia dei verdetti creativi perché non sperare di infilarci pure il proprio caso, magari col premio di fare giurisprudenza? C’è dunque poco da sorprendersi se ieri i legali della Capitana Carola Rackete hanno annunciato querela contro il ministro Matteo Salvini, per aver commesso una sfilza di reati nell’aver osato pretendere che la politica migratoria dello Stato italiano la decida chi è eletto dai cittadini italiani e non una Ong straniera.

Sul segretario della Lega questo giornale non può certo essere tacciato di collaborazionismo o partigianeria. Non l’abbiamo mai chiamato “cazzaro verde” perché il rispetto di qualunque persona e di chi rappresenta le istituzioni ha un valore che non si può infrangere col pretesto della satira, ma sono sotto gli occhi di tutti le critiche feroci che abbiamo fatto sulle sue continue sparate elettorali, sul fiasco dei rimpatri di migranti irregolari, sull’insostenibile protezione data al sottosegretario Siri coinvolto in un’inchiesta con vista sugli affari della mafia. Per non parlare della vicenda dei 49 milioni di euro che la Lega ha sottratto allo Stato – che però è ereditata dalla precedente gestione del partito – alla clamorosa retromarcia sulla sbandierata disponibilità ad affrontare in un regolare processo le decisioni prese collegialmente con il resto dell’Esecutivo nello sbarco della nave Diciotti.

Di fronte al rovesciamento del mondo, con la capitana di una nave che ricorre alla legge italiana con una querela, quando fino a ieri le leggi italiane non valevano niente di fronte alla sua personalissima interpretazione delle leggi del mare, non è Salvini che va difeso, ma lo stesso diritto di un Governo di non essere minacciato ogni qualvolta assume decisioni politiche, peraltro perfettamente coerenti con il mandato elettorale assegnato dagli elettori. Il superamento dell’accoglienza indiscriminata è infatti nel contratto firmato da Cinque Stelle e Lega, così come al centro del programma del Movimento c’è la guerra senza eccezioni ai privilegi e allo spreco delle risorse pubbliche.

Esattamente il caso delle concessioni autostradali, per prendere un esempio immediatamente sotto mano, assegnate a condizioni folli per lo Stato e straordinarie per i privati, dove il principale di questi privati coinvolti ha minacciato di querelare il vicepremier Di Maio. Le forme di pressione, si dirà, possono essere molteplici, e ben più preoccupante di una querela è la minaccia di licenziare migliaia di persone se il Governo non si piegherà a richieste al limite dell’inverosimile, come la prosecuzione dell’immunità penale promessa nella passata legislatura al colosso indiano ArcelorMittal diventato padrone delle acciaierie Ilva. Ma querelare e minacciare è una moda che un Paese capace di avere rispetto per se stesso non può tollerare.

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di Gaetano Pedullà

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