Si vendono sempre meno auto europee. La crisi dell’automotive europeo ha superato da tempo la soglia dell’emergenza congiunturale. I volumi persi non rientrano, gli impianti restano sottoutilizzati, l’indotto si assottiglia. Ed è qui che prende forma una risposta facile e comoda, che evita di interrogarsi sul modello industriale e sceglie una scorciatoia: spostare la capacità produttiva verso la difesa. È una riconversione che viene raccontata come pragmatica e necessaria, ma che introduce un cambio di paradigma più profondo. La manifattura civile trova nel riarmo una nuova normalità. L’Europa delle armi prende forma giorno dopo giorno.
Renault e l’industrializzazione dell’arma come prodotto di serie
Il caso francese è un punto di svolta. Renault è il primo grande marchio automobilistico europeo ad aver firmato un contratto diretto con la Direction Générale de l’Armement per la produzione di droni d’attacco a lungo raggio. Il progetto Chorus, sviluppato insieme a Turgis Gaillard, nasce su richiesta esplicita dello Stato francese e risponde a un’esigenza precisa: disporre di sistemi offensivi meno costosi, rapidamente replicabili, prodotti in grandi volumi.
Il cuore dell’operazione non è tecnologico, ma industriale. Renault mette a disposizione ciò che l’industria della difesa tradizionale non possiede: logiche di produzione di massa, ottimizzazione dei costi, catena di montaggio. I droni Chorus vengono riprogettati per essere assemblati come un’automobile, con materiali standardizzati e processi mutuati dall’automotive. Gli stabilimenti di Le Mans e Cléon, storicamente legati a telai e motori, ospitano ora linee dedicate alla produzione militare, con centinaia di lavoratori riallocati su base volontaria.
La scala dichiarata è quella che ridefinisce il concetto stesso di armamento europeo: centinaia di unità all’anno, con la possibilità di accelerare in caso di necessità. È la normalizzazione industriale della guerra, in cui l’arma diventa un bene “consumabile”, progettato per essere prodotto in serie e sostituito rapidamente. Il finanziamento pubblico fa il resto, garantendo continuità di commesse in un momento in cui il mercato dell’auto fatica a sostenere investimenti e occupazione.
La scelta non sostituisce formalmente il core business automobilistico, ma ne indica la fragilità. Dove la transizione ecologica prometteva riconversione civile e innovazione, la realtà mostra un approdo più immediato: la domanda militare come stabilizzatore industriale. È qui che il confine tra difesa e industria pesante si assottiglia fino quasi a scomparire.
L’Italia e la riconversione come politica di contenimento
In Italia il quadro è più disordinato, ma la direzione è molto simile. La produzione di autoveicoli ha toccato livelli in basso che non si vedevano da decenni, con impianti fermi e una filiera in affanno. In assenza di una strategia industriale civile credibile, il governo ha indicato nella difesa uno sbocco possibile. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha legato apertamente la sopravvivenza dell’indotto automotive alla diversificazione verso settori considerati strategici, a partire da quello militare.
Il segnale più chiaro arriva dalla redistribuzione delle risorse. Il ridimensionamento del Fondo automotive, nato per accompagnare la trasformazione tecnologica del settore civile, coincide con l’aumento degli investimenti nella difesa. La scelta politica è evidente: meno sostegno alla mobilità civile, più spinta al comparto bellico. A trainare la domanda è il rafforzamento del polo nazionale guidato da Leonardo, impegnato in un processo di consolidamento con Rheinmetall per la produzione di mezzi terrestri pesanti destinati all’Esercito.
In questo schema, l’indotto dell’auto viene chiamato a trasformarsi in fornitore militare. Meccanica, elettronica, lavorazioni di precisione diventano asset trasferibili dalla mobilità civile ai veicoli corazzati. È una riconversione che riguarda soprattutto la filiera, meno le grandi linee di assemblaggio, ma che ridefinisce il senso stesso della politica industriale: la difesa come ammortizzatore sistemico.
Sul fondo resta Stellantis, che continua a ridurre la produzione nazionale senza assumere un ruolo diretto nella riconversione militare. Il risultato è un modello frammentato, in cui lo Stato spinge, l’indotto si adatta e il grande costruttore resta defilato. Più che una strategia di sviluppo, appare una gestione dell’emergenza occupazionale.
Il filo che lega Francia e Italia è la trasformazione del riarmo in risposta industriale. La crisi dell’auto non produce un ripensamento del modello produttivo ma uno slittamento verso un settore protetto, finanziato e politicamente legittimato. L’economia di guerra entra così nella normalità manifatturiera europea, presentata come scelta tecnica e inevitabile. La domanda che resta aperta riguarda il prezzo di questa stabilità apparente: quando la continuità industriale dipende dalla produzione di armi, la transizione civile smette di essere una priorità e diventa una promessa rinviata.