Più di 4 decreti al mese. Così Draghi ha svilito il ruolo del Parlamento. Dall’insediamento varati già 21 dl. È il record delle ultime tre legislature

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Nessuno come lui. E questa volta – non se la prendano i giornali sempre pronti a tessere lodi anche quando non ce n’è particolare motivo – non è un merito. Mario Draghi è il presidente del Consiglio che più di ogni altro nelle ultime legislature ha fatto ricorso ai decreti legge. Il dato è impressionante: dal giorno del suo insediamento (13 febbraio 2021), l’esecutivo guidato dall’ex banchiere ha approvato ben 21 decreti. In media: 4,2 ogni mese. Il dato emerge da un ultimo studio pubblicato da OpenPolis. E i numeri che emergono non sono banali. Si tratta, infatti, del dato più alto tra i governi delle ultime 3 legislature. Al secondo posto troviamo infatti l’altro governo che si è ritrovato a dover fronteggiare la pandemia e cioè il Conte II con una media di 3,2 decreti legge al mese, al terzo c’è invece il governo Letta con 2,8 decreti al mese. Tutti gli altri esecutivi invece presentano dati inferiori ai 2,5 decreti legge pubblicati in media ogni mese.

DOPPIOPESISMO. Eppure, come qualcuno ricorderà, una delle critiche mossa a Giuseppe Conte consisteva proprio nel fatto che, nel pieno della pandemia, avesse esautorato il Parlamento con un massiccio uso dai dpcm (decreti del presidente del Consiglio). Quanto sta facendo Draghi, però, non è molto dissimile. È importante sottolineare, a riguardo, che i Dl sono uno degli strumenti a disposizione del governo per legiferare. In base alla nostra Costituzione questi sono atti di emergenza che devono essere adottati quando si rende necessario intervenire rapidamente. I Dl infatti sono immediatamente esecutivi dal momento della loro pubblicazione in gazzetta ufficiale. Tuttavia devono essere convertiti in legge dal parlamento entro 60 giorni. Se ciò non avviene le misure in essi contenute perdono di efficacia.

Questo aspetto non è secondario, ed è direttamente legato al rischio – secondo molti – che la “decretite” finisca con lo spogliare di ruolo e responsabilità il Parlamento. Come abbiamo visto infatti i decreti legge devono essere convertiti entro 60 giorni dalla loro pubblicazione. Una prima conseguenza di ciò riguarda il fatto che si riduce sempre di più lo spazio per dedicarsi a temi diversi da quelli imposti dall’agenda di governo. Non solo. Avendo tempo due mesi, molto spesso il pericolo è che il Parlamento sia chiamato alla mera conversione in legge di provvedimenti voluti dall’esecutivo, senza alcuna possibilità di approfondire, modificare, migliorare.

LEGGI DEFUNTE. Finita qui? Certo che no. Molto spesso, infatti, i 60 giorni a disposizione per la conversione neanche è sufficiente. E il risultato? Semplice: il lavoro fatto diventa inutile, il decreto decade e tutto ciò che era contenuto nella norma non ha più alcuna validità. È successo 12 volte per i decreti varati dal governo Conte II (il 22,2%). Ma anche con il governo Draghi ci sono già stati due casi. Come ricorda ancora in maniera più che puntuale OpenPolis, in questi cinque mesi di esecutivo, non sono stati convertiti in tempo il Dl 15/2021 in materia di spostamenti sul territorio nazionale e il 65/2021 in tema di riaperture. Peraltro, per evitare che i rapporti giuridici che si erano creati in base a questi provvedimenti fossero annullati, i loro contenuti sono stati recuperati in leggi successive. “Più precisamente la legge 29/2021 per il primo decreto e la legge 87/2021 per il secondo”, si legge ancora sul sito. Insomma, non solo un Parlamento esautorato dal suo potere, ma anche una gincana di leggi e provvedimenti che invece di sburocratizzare finisce con l’ingarbugliare ancora di più la macchina amministrativa italiana.