Nuovo Def, i soliti trucchetti per far quadrare i conti. Le tasse non calano e si privatizza per finta. Con la sponda della Cassa Depositi e Prestiti

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

In attesa che il Def (Documento di economia e finanza) venga ufficialmente presentato, al di là di illustrazioni generiche, già spuntano fuori i soliti giochini per far quadrare i conti. In queste ore, per dire, è venuto fuori che nel Piano nazionale di riforma, parte integrante del Documento, è in via di ridimensionamento la portata delle privatizzazioni. Se negli anni scorsi erano state fissate nella misura dello 0,5% del Pil annuo, per un possibile incasso di 8 miliardi, adesso l’asticella viene abbassata allo 0,3% del Pil, grosso modo 5 miliardi. Obiettivi di incasso a parte, a tradire l’intenzione dei soliti trucchetti contabili sono le modalità di sviluppo di queste privatizzazioni. “Troveremo modo e canali originali per gestire questo aspetto”, ha detto l’altro ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Che vuol dire “canali originiali”?

Il dettaglio – Nelle ultime 48 ore un indizio è stato dato da Fabrizio Pagani, capo della segreteria del titolare del dicastero di via XX Settembre, rivelando la costituzione di “un gruppo di lavoro tra il ministero e la Cassa Depositi e Prestiti che sta guardando a tutte le opzioni per la valorizzazione del patrimonio pubblico”. La parolina magica, citata da Pagani, è proprio la Cassa Depositi, controllata dal Tesoro ma posta al di fuori del perimetro della Pubblica amministrazione. Insomma, per gli addetti ai lavori non è stato difficile immaginare che al ministero stanno come al solito pensando di cedere qualche partecipazione importante proprio alla Cdp, utilizzando gli incassi per abbattere il debito pubblico. Soldi che, però, sempre pubblici sono. In altri termini: il coniglio estratto dal cilindro altro non sarebbe che l’ormai nota tattica delle partite di giro. Sono in molti a credere che ci sia proprio questo dietro il riferimento fatto da Padoan ai “canali originali”. Del resto il Tesoro ancora oggi ha in pancia pacchetti sostanziosi di alcuni gioielli di Stato: il 29,7% di Poste, il 4% di Eni, il 23,5% di Enel, il 32,4% di Leonardo e il 53,3% dell’Enav. E’ allora immaginabile che porzioni di queste quote possano essere girate alla Cdp. La quale, peraltro, già adesso si trova in pancia partecipazioni massicce come il 26,3% di Eni e il 35% di Poste, solo per citare alcune tra le più significative. Ma c’è anche chi dice che il pagamento da parte della Cdp potrebbe avvenire con l’emissione di azioni privilegiate che il ministero potrebbe poi vendere a investitori attratti dai dividendi della Cassa. Vedremo alla fine che tipo di ingegneria finanziaria prenderà il sopravvento.

Il pregresso – Il coinvolgimento della Cdp in questa sorta di “paraprivatizzazioni” non è nuovo. All’epoca del Governo di Mario Monti lo stato pericolante dei conti pubblici spinse il Tesoro a cedere in quattro e quattr’otto alla Cdp il controllo di Sace e Fintecna. In più il ministero dello sviluppo economico cedette alla medesima Cdp la sua partecipazione in Simest. Da tutta questa operazione il ministero ricavò 6-7 miliardi di euro, che però sempre fondi pubblici erano. Oggi, a quanto pare, siamo rimasti a quel tipo di impostazione. Il tutto, come certifica il Def, con proiezioni di abbassamento del debito pubblico a dir poco deboli: dal 132,6% del Pil nel 2016 al 132,5% del Pil nel 2017, al 131% del Pil nel 2018 per finire al 128,2% del Pil nel 2019. Un po’ pochino.

L'editoriale
di Gaetano Pedullà

Quel bivio tra il M5S e il Ponte sullo Stretto

Nei sondaggi della Ghisleri e Pagnoncelli non c’è traccia, ma in Italia non c’è partito che sta crescendo più di quello del cemento. I soldi del Recovery Plan permetteranno di aprire cantieri ovunque, e come da tradizione c’è la fila per costruire quello che capita,

Continua »
TV E MEDIA