Raggiungiamo la portavoce della Flotilla, Maria Elena Delia, mentre è in viaggio, tra una telefonata e l’altra, impegnata a capire il destino dei 35 italiani al seguito de spedizione attaccata ieri mattina dalla marina israeliana. Un atto di pirateria in acque internazionali, diretto anche contro l’Italia, che nella Flotilla annoverava otto natanti.
Questo attacco appare un po’ diverso dai precedenti, non fosse altro perché avvenuto in pieno giorno…
“Negli anni precedenti molte operazioni contro le flottiglie erano avvenute di notte, in condizioni che permettevano un minore controllo pubblico e una gestione più opaca della narrazione. Il fatto che questa volta l’intervento sia avvenuto in pieno giorno, davanti a telecamere, droni e dirette streaming, dimostra la totale sicurezza di poter sostenere politicamente il costo di un’operazione illegale messa in atto sotto gli occhi del mondo, senza alcuna reale conseguenza. Israele conta ormai su un livello di impunità internazionale infinito. negli ultimi anni abbiamo visto bombardamenti su infrastrutture civili, attacchi contro operatori umanitari, giornalisti, ospedali, tutti documentati in tempo reale e diffusi globalmente, senza che questo producesse mai vere sanzioni o rotture diplomatiche significative. E’ ovvio, quindi, che in questo scenario non sentano nemmeno più il bisogno di nascondersi, perché il problema non è la visibilità della violazione, ma l’assenza di un meccanismo internazionale disposto a produrre conseguenze concrete. C’è poi, secondo me, anche un secondo elemento. Un’operazione diurna ha inevitabilmente una funzione dimostrativa. Non parla solo agli attivisti della Flotilla, ma a chiunque stia pensando di organizzare iniziative simili. Il messaggio è: possiamo intervenire ovunque, apertamente, senza bisogno di occultare nulla. È una forma di deterrenza politica costruita anche attraverso la spettacolarizzazione del controllo.
Ieri Francesca Albanese ha detto che la Flotilla “difende ciò che gli Stati non difendono più”, è d’accordo?
“Sì, sono d’accordo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo sgretolamento del diritto internazionale, soprattutto quando entra in conflitto con interessi geopolitici, economici o militari. Principi che dovrebbero essere universali — la protezione dei civili, il divieto di punizione collettiva, la libertà di accesso agli aiuti umanitari, la tutela delle missioni civili — vengono spesso applicati in modo selettivo, o semplicemente ignorati. E in questo vuoto, iniziative come la Flotilla assumono inevitabilmente un significato politico molto forte, perché rifiutano di accettare come “normale” quello che è stato invece normalizzato”. Quando dei civili decidono di esporsi pubblicamente, attraversare confini, assumersi rischi personali per opporsi a un assedio o a una situazione di ingiustizia estrema, stanno affermando che esiste ancora una responsabilità collettiva che non può essere delegata completamente ai governi. “E credo che sia proprio per questo che la Flotilla sia così difficile da neutralizzare sul piano simbolico: anche quando viene fermata, intercettata o repressa, continua a porre una domanda scomoda: cosa accade quando la società civile sente il bisogno di fare ciò che gli Stati non fanno più?”.
Fino a oggi ogni spedizione è finita nello stesso modo, non teme che ci possa creare una certa assuefazione? Con l’assalto alla prima Flotilla ci fu una sollevazione popolare di mezza Italia; la seconda ebbe reazioni molto meno evidenti; ieri a scioperare era stata solo l’Usb, con gli altri sindacati non pervenuti…
“Quando un meccanismo repressivo si ripete nel tempo, esiste sempre il rischio che l’opinione pubblica sviluppi una forma di assuefazione, ma credo che questa apparente ripetizione vada letta con attenzione, perché è vero che molte missioni sono finite con intercettazioni e sequestri, ma è altrettanto vero che Israele continua a considerarle abbastanza problematiche da mobilitare apparati militari, diplomatici e mediatici enormi pur di fermarle. Inoltre, l’assuefazione non riguarda solo la Flotilla, riguarda Gaza stessa e la Palestina, riguarda il modo in cui il mondo si abitua progressivamente anche all’orrore, soprattutto quando dura anni”. Le flottiglie esistono proprio per rompere questa normalizzazione, per riportare periodicamente l’attenzione pubblica su qualcosa che molti poteri vorrebbero diventasse routine amministrativa. Credo anche che le flottiglie vadano considerate per quello che sono: strumenti. Nessuno strumento, da solo, è sufficiente a incrinare un sistema così complesso e militarizzato. Probabilmente oggi ha senso immaginare missioni diverse e complementari, capaci di integrarsi tra loro: iniziative via mare, convogli terrestri, campagne legali, pressione diplomatica, mobilitazioni sociali, reti sindacali, azioni di testimonianza internazionale. Non come alternative in competizione, ma come livelli differenti di uno stesso processo politico. E forse la vera domanda che dovremmo porci non è: “perché continuano a partire le flottiglie se vengono fermate?”, ma: “perché continuiamo ad accettare che vengano fermate?”.
La premier Giorgia Meloni ha taciuto; il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si è limitato a chiedere garanzia sulla salute degli arrestati, senza esprimere alcuna condanna, di fatto il governo italiano ha avallato l’ennesimo l’assalto illegale a cittadini italiani… E sì che ogni volta la procura di Roma apre un fascicolo per rapimento, violenze e tortura. Forse l’esecutivo italiano dovrebbe prenderne atto…, no?
“Non posso che concordare. Da una parte, sul piano giuridico, ogni volta vengono ipotizzati reati gravissimi — sequestro di persona, violenze, in alcuni casi persino torture o trattamenti inumani — e la magistratura italiana apre fascicoli perché evidentemente non si tratta di episodi considerati “normali” nemmeno dal nostro ordinamento. Dall’altra, sul piano politico e diplomatico, la reazione del governo italiano resta quasi sempre estremamente prudente (per usare un eufemismo), limitata alla tutela consolare minima o alla richiesta di informazioni sulle condizioni dei cittadini coinvolti, senza mai arrivare a una condanna chiara dell’intercettazione in acque internazionali o del sequestro delle imbarcazioni. È una distanza molto evidente. E credo che questa distanza dica qualcosa di più generale sul rapporto tra diritto internazionale e rapporti di forza politici. Perché se uno Stato ritiene davvero che dei propri cittadini siano stati vittime di atti illegali, a maggior ragione su imbarcazioni battenti bandiera italiana o comunque in contesti internazionali, allora ci si aspetterebbe una risposta politica più netta e coerente. Il problema è che sulla questione palestinese molti governi europei — Italia compresa — tendono a muoversi dentro un equilibrio estremamente condizionato dalle alleanze geopolitiche e dalla volontà di non entrare in conflitto diretto con Israele. Questo produce spesso una situazione paradossale: sul piano giuridico si riconosce implicitamente la gravità dei fatti, ma sul piano politico si evita accuratamente di trarne tutte le conseguenze. E credo che questo contribuisca anche a rafforzare quella sensazione di impunità di cui parlavo prima. Perché quando le reazioni diplomatiche restano deboli o puramente formali, il messaggio che passa è che il costo politico di queste operazioni resta comunque sostenibile. Poi c’è un altro aspetto importante: la tutela dei cittadini non dovrebbe dipendere dall’orientamento politico delle persone coinvolte o dal fatto che il governo condivida o meno una missione. Uno Stato dovrebbe difendere i propri cittadini e il rispetto del diritto internazionale indipendentemente dal giudizio politico sull’iniziativa a cui partecipano. Altrimenti si crea un precedente molto pericoloso: l’idea che alcune violazioni siano tollerabili se colpiscono persone considerate “scomode” o politicamente indesiderate. E infatti la domanda vera, a mio avviso, non è nemmeno se il governo “condivida” la Flotilla. La domanda è se ritenga accettabile che cittadini italiani vengano intercettati e detenuti durante missioni civili non armate senza che questo produca una presa di posizione politica chiara. E anche l’Unione europea non ha detto nulla. Crede che far prendere posizione a Bruxelles contro gli assalti alle Flottille e, soprattutto, contro la politica di sterminio di Israele nei confronti dei Palestinesi, sia un obiettivo realmente raggiungibile oppure è utopia?
Credo che oggi possa sembrare un obiettivo quasi irraggiungibile, ma non penso sia un’utopia. E soprattutto credo che sarebbe un errore confondere la difficoltà politica attuale con un’impossibilità strutturale. L’Unione Europea continua a muoversi dentro una profonda contraddizione: da un lato rivendica continuamente il linguaggio dei diritti umani, del diritto internazionale e della tutela dei civili; dall’altro, quando questi principi entrano in collisione con equilibri geopolitici concreti, tende spesso a paralizzarsi o a reagire in modo del tutto inadeguato. Ed è sempre stato particolarmente evidente nel caso della Palestina, ma quello che è accaduto nella notte tra il 29 e il 30 aprile ha rappresentato un salto ulteriore, perché la marina israeliana è intervenuta di fatto nel cuore dello spazio mediterraneo europeo. Parliamo di un’operazione avvenuta in acque internazionali di competenza greca, tra Creta e la Grecia continentale, dove decine di imbarcazioni civili della Flotilla sono state circondate e intercettate. Centottanta attivisti internazionali sono stati sequestrati, trattenuti per ore o giorni, mentre le barche venivano sabotate, private dei sistemi di comunicazione e in alcuni casi lasciate alla deriva. Alcune persone sono state trasferite con la forza, altre deportate, altre ancora detenute illegalmente. E credo che questo cambi anche il quadro politico della questione. Non si parla più soltanto di ciò che accade “davanti a Gaza”, ma della possibilità che un esercito straniero operi apertamente nel Mediterraneo orientale contro missioni civili internazionali senza incontrare una vera opposizione politica europea. È un precedente gravissimo ed è per questo che penso che il problema non sia se Bruxelles “ami” la Flotilla o condivida le sue posizioni politiche, il problema è se l’Unione Europea sia disposta ad accettare indefinitamente che il diritto internazionale venga sospeso anche dentro il proprio spazio geopolitico senza reagire. Perché a un certo punto la questione non riguarda più soltanto la Palestina, ma la credibilità stessa dell’Europa quando parla di legalità internazionale. Detto questo, non credo che le istituzioni europee cambieranno posizione spontaneamente o per improvvisa illuminazione morale, perché storicamente l’Unione Europea si muove quasi sempre solo quando esiste una pressione politica e sociale sufficientemente forte da rendere il costo dell’inazione più alto di quello della presa di posizione”.