Da Napoli l’ultima follia delle toghe. De Luca indagato per aver spinto i sindaci a votare sì al referendum

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Chi non è mai entrato nella stanza di un pubblico ministero neppure immagina quante carte ne affoghino i tavoli. In realtà difficili, come le regioni del Mezzogiorno, assediate dalle molte forme del crimine organizzato, dalla mafia alla camorra, queste carte raddoppiano e in ciascuna di esse ci sono storie tragiche di delinquenza che opprime le comunità, di guerre tra bande, di uno Stato che perde giorno per giorno la sua battaglia con la malavita. Bisogna avere perciò una consistente dose di autolesionismo, o chissà se non qualche motivo inconfessabile, per aggiungere nuovi incartamenti alla pila dei fascicoli con ipotesi di reato quanto meno fumose, come è venuto in mente alla Procura di Napoli che ha indagato il governatore della Campania Vincenzo De Luca ipotizzando il reato dell’istigazione al voto di scambio. Nel mirino c’è una riunione non certo carbonara con circa trecento amministratori locali ai quali il presidente della Regione ha chiesto pochi giorni prima del referendum costituzionale di appoggiare il Sì. In cambio – era stato il senso dell’invito – il Governo avrebbe guardato con più attenzione la regione.

L’incontro, di cui il sito del Fatto Quotidiano aveva pubblicato stralci audio, il 24 novembre scorso aveva convinto la Procura ad aprire un fascicolo senza ipotesi di reato. Ora il passo avanti di un’inchiesta dal sapore surreale. Un cittadino, fosse anche presidente di Regione, parlamentare o capo del Governo, in questo Paese dovrebbe essere libero di appoggiare la parte politica che crede, e se si incrimina De Luca per quello che ha promesso ai sindaci del suo territorio si possono serenamente arrestare tutti i politici italiani dalla nascita della Repubblica in poi, tutti campioni nel fare immense promesse che purtroppo abbiamo visto quanto di rado siano state rispettate. Naturale la reazione dello stesso De Luca, che da ieri può appendersi la medaglietta del perseguitato politico. ”Quando hai la coscienza tranquilla si va avanti oppure qui moriamo di avvisi di garanzia mentre i cittadini non hanno neanche i servizi essenziali”, ha detto il governatore.

Da tangentopoli a Silvio – L’uso (o meglio l’abuso) della magistratura in politica resta però un “classico” del nostro Paese. E a metterci il cappello sopra è stato immediatamente il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, un ex magistrato diventato improvvisamente un politico (e già solo questo ha qualcosa di aberrante in un sistema dove la divisione dei poteri dovrebbe essere netta e le porte tra i diversi poteri dello Stato non dovrebbero essere così facilmente girevoli). La decisione della Procura, ha detto il primo cittadino partenopeo, “è un atto dovuto” perché in campagna elettorale si può anche andare sopra le righe con le dichiarazioni, “ma qui si è andato troppo oltre”, a giudizio di de Magistris che casualmente è un avversario politico di De Luca. Di sicuro il governatore, e non solo, in quella riunione all’hotel Ramada spronò gli amministratori locali a impegnarsi per spingere il Sì al referendum, chiedendo di allestire delle liste con le proiezioni sui voti sicuri. Progetti tra l’altro miseramente falliti visto che in Campania il 70% degli elettori ha votato invece No.

Inchiesta fumosa – Oggi molti nemici politici di De Luca e parte di chi ha sostenuto il No al referendum festeggiano l’iniziativa a gamba tesa della magistratura. Ma qui non c’è da richiamare una concezione minimamente garantista, bensì il minimo del buon senso e l’assoluta necessità che le regole in politica siano uguali per tutti. De Luca può piacere o meno (e di sicuro non è sempre simpatico) ma una Procura che apre un’inchiesta su una riunione tra amministratori, ipotizzando un voto di scambio tra Governo e Comuni, sa di gigantesca sottrazione di risorse alla macchina della giustizia (che di risorse ne ha poche per sprecarne come avviene tuttora nei vari processi su Berlusconi e Ruby) e al vero compito della Giustizia, che è quello di non dimenticare i problemi dei cittadini sotto monti di fascicoli scavalcati da inchieste sulla lana caprina.