Depistaggi sul caso Cucchi. Il generale Casarsa ora trema. Un militare avanzò dubbi sulla salute di Stefano. L’Alto ufficiale dell’Arma gli promise favori per farlo tacere

di Nicola Scuderi
Cronaca

Probabilmente nessuno si aspettava l’ennesimo colpo di scena nel processo sui depistaggi del caso Cucchi. Del resto l’udienza sembrava destinata ad esaurirsi rapidamente tra il rischio coronavirus, per il quale il giudice ha disposto le porte chiuse, e l’audizione di alcuni testimoni già sentiti in altre occasioni, incluso in occasione del processo principale. Tra questi i carabinieri Pietro Schirone e Stefano Mollica che si occuparono di portare Stefano in tribunale dalla stazione di Tor Sapienza al fine di sostenere l’udienza di direttissima dopo il fermo per droga. Insomma sembrava tutto scontato e invece come riferisce Ilaria Cucchi, con un breve post su Facebook, qualcosa è successo perché: “Durante l’udienza è emerso che il Generale Alessandro Casarsa (indagato in questo procedimento, ndr), allora Colonnello, dopo aver chiesto al Carabiniere Schirone se si rendeva conto di che peso avrebbero avuto per l’Arma dei Carabinieri le sue dichiarazioni sullo stato di salute di Stefano la mattina dopo l’arresto, gli chiese anche se avrebbe avuto piacere a tornare in Puglia, nella sua città”.

Parole che, stando a quanto emerge, sarebbero state pronunciate in aula da Schirone, all’epoca dei fatti in servizio presso la compagnia Casilina, che già nel corso del processo principale a carico di cinque colleghi accusati del pestaggio del geometra aveva raccontato la sua verità ossia che Stefano Cucchi era stato malmenato. Una convinzione che all’epoca dei fatti lo spinse perfino a raccontare questa sua impressione ai diretti superiori. Peccato che Casarsa, stando a quanto dichiarato dal carabiniere ma su cui non ci sono ancora riscontri da parte della Procura, gli avrebbe fatto capire che era meglio tenere per sé le proprie impressioni.

L’INCHIESTA. In questa inchiesta sono otto gli imputati, tutti carabinieri, a cui i pm contestano, a seconda delle posizioni, il reato di falso, quello di favoreggiamento, l’omessa denuncia e la calunnia. Accuse per le quali sono finiti sul banco degli imputati il generale Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma; il colonnello ed ex capo del nucleo operativo di Roma Lorenzo Sabatino; l’allora tenente colonnello del comando del Gruppo Roma, Francesco Cavallo; il già comandante della Compagnia Montesacro, Luciano Soligo; l’ex comandante della stazione di Tor Sapienza, Massimiliano Colombo Labriola; il carabinieri scelto in servizio a Tor Sapienza, Francesco Di Sano; il capitano Tiziano Testarmata, già comandante della quarta sezione del nucleo investigativo e, in ultimo, il militare Luca De Cianni.