Deserto Roma, la fuga delle imprese. Scappa pure Caltagirone: ridotta la quota Acea

La grande ritirata dalla Capitale è iniziata da tempo. Franco Caltagirone, il primo dei grandi costruttori che hanno fatto la storia economica di Roma, ha fiutato l’aria che tira molto prima del no alle Olimpiadi. Tra immobilismo della politica, crisi generale, burocrazia, inchieste e quella cultura del no che paralizza ogni genere di iniziativa, fare business nella città eterna è diventato impossibile. Anche se si gioca in casa e l’ingegnere, che oggi nessuno osa più chiamare apertamente palazzinaro, può contare su formidabili strumenti di pressione, come Il Messaggero, il giornale di famiglia. Caltagirone in realtà ha diversificato da sempre i suoi interessi, sia nei settori industriali (edilizia, cemento, grandi costruzioni, finanza, utility, editoria) che sul territorio, operando in mezza Italia e all’estero. Roma però è il centro di una dinastia imprenditoriale che è l’emblema del miglior capitalismo familiare, con quel reticolo di nomi – due in particolare: Francesco e Gaetano – che ricorrono continuamente in una selva di fratelli e cugini, non sempre in meravigliosi rapporti tra di loro. Sulle sponde del Tevere i Caltagirone hanno accresciuto mille volte quelle fortune che avevano già iniziato a creare, in altre generazioni, in Sicilia e a Palermo in particolare. E sulle sponde del Tevere Francesco Gaetano – solo Franco per chi lo conosce bene – ha investito ovunque, compreso in quell’Acea che non si è mai completamente tolta di dosso quello stile di carrozzone municipale. All’epoca di questo investimento i rapporti erano ottimi tra Caltagirone e il Campidoglio da quasi venti anni guidato dalla stessa trimurti Bettini, Rutelli e Veltroni.

BEI TEMPI CON IL PD – Giusto con il sindaco primo segretario del Pd ci fu un grosso scontro poco prima delle dimissioni di quest’ultimo, nel 2008, all’indomani dell’approvazione di un controverso piano regolatore. Da li in poi il Campidoglio è stato un problema, prima con Alemanno e poi ancora di più con Marino e la Raggi. In particolare col sindaco marziano la battaglia fu durissima per i cantieri e i pagamenti della Metro C, dove Caltagirone partecipa con la sua Vianini. Con la Raggi invece la partita è compromessa sin dal fischio d’inizio, visto che i Cinque Stelle sono da sempre fermi sul diritto dei cittadini ad avere l’acqua pubblica. Con tanti saluti proprio al business dell’Acea. Di qui l’inizio del disimpegno economico dalla Capitale, anche attraverso uno sfortunato tentativo di quotare in Borsa le molte casette in vendita su tutta la periferia romana. Casette che si vendono poco, tanto che l’offerta fu un flop. Tornato con le ossa rotte da Siena, dove l’investimento in Mps è stato un bagno di sangue, Caltagirone ha messo i suoi soldi su Unicredit e ne mette ancora su Generali. Resta il problema Acea, dove uscire di botto è difficile. Provato da questa città che sente poco riconoscente (ma in realtà che gli ha dato tanto) l’ingegnere Caltariccone (copyright Dagospia) nei giorni scorsi ha alleggerito la sua posizione vendendo un grosso pacchetto di azioni al gruppo Suez, salito dal 12,4 al 23%. Così i francesi diventano il primo socio privato dell’azienda, dietro al Comune che ha la maggioranza assoluta. In cambio Caltagirone entrerà nel board del colosso energetico di Parigi. Città dove nel 2014 potrebbe guardarsi comodamente le Olimpiadi.