Di Maio o Giorgetti premier. Ecco il ticket se al Quirinale la spunta Draghi. Si lavora a un Governo con un primo ministro politico. In pole c’è il leghista moderato che piace agli Usa

Un pacchetto all inclusive per garantirsi il Quirinale. Con Luigi Di Maio o Giancarlo Giorgetti in pole position per diventare premier.

Un pacchetto all inclusive per garantirsi il Quirinale. Con Luigi Di Maio che ha fatto bene agli Esteri ed è l’esponente di punta della forza ancora più forte in Parlamento, o Giancarlo Giorgetti in pole position per diventare presidente del Consiglio, e con l’insidia di Dario Franceschini che potrebbe giocarsi le sue carte e il jolly Roberto Fico sullo sfondo (Conte l’ha già fatto e Salvini è troppo legato ai russi). Escludendo l’idea di altri premier tecnici, come Vittorio Colao, Marta Cartabia o Elisabetta Belloni.

Tra le tante opzioni sul tavolo c’è anche questa: Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica in cambio di un governo a trazione politica. E quindi con un premier che sia espressione di un partito. Tra i corridoi dei Palazzi si vocifera di febbrili contatti tra le parti, con una proposta che sembra prendere quota: il trasloco dell’ex Mr. Bce al Colle favorirebbe la promozione l’insediamento a Palazzo Chigi di un profilo non tecnico. Se al Quirinale c’è un economista, con una breve parentesi politica, non si può affidare tutto nelle mani dei tecnici, è il senso del ragionamento. E per questo il nome che circola è quello di Giorgetti.

Le parole di Umberto Bossi, pronunciate nella giornata di ieri (leggi l’articolo), indicano una possibilità. “Alla fine faranno il nome di Draghi” e per sostituirlo “potrebbe spuntarla Giorgetti”. Una strategia tutta da costruire, ma comunque è una base di lavoro. L’operazione-Giorgetti sarebbe anche un modo per placare gli appetiti di Matteo Salvini. Non potendo diventare presidente del Consiglio, avrebbe il piano B: spedire a Palazzo Chigi un altro esponente della Lega. Giorgetti vanta un ottimo legame con Draghi, tra i due c’è sempre stata sintonia in questi mesi di governo. Addirittura nei momenti di maggiore tensione, non è venuta meno la stima reciproca. Non a caso è stato proprio l’attuale ministro dello Sviluppo economico a proporre un “semipresidenzialismo di fatto” nei mesi scorsi, con Draghi nel ruolo di Capo dello Stato per sovrintendere il Recovery plan e un premier che si muove in sintonia con il Quirinale.

La prospettiva non dispiacerebbe ad alcuni settori del Partito democratico, in particolare gli ex renziani della corrente Base riformista, che vede come punto di riferimento il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. I rumors lo indicano come un regista dello scenario, trovando sullo stesso piano Di Maio. Dalla Farnesina, l’ex capo politico del Movimento 5 Stelle è impegnato a garantire continuità stabilità politica. Sembra tutto perfetto, sulla carta, se non fosse che di mezzo ci sono molti scogli. Prima di tutto, bisogna fare i conti con le resistenze interne ai dem: il disegno deve essere prima di tutto digerito dal segretario, Enrico Letta, tra i principali sponsor di Draghi al Quirinale.

Ma soprattutto dovrebbe convincere il ministro della Cultura, Dario Franceschini, che è il più ostile del partito nei confronti dell’eventuale elezione di Supermario alla Presidenza della Repubblica. E se proprio dovesse accadere, batterebbe i pugni sul tavolo per reclamare la promozione a Palazzo Chigi. E perché il Movimento Cinque Stelle dovrebbe stare a guardare, essendo il partito di maggioranza relativa in Parlamento? In questo caso un nome spendibile sarebbe il presidente della Camera, Roberto Fico, che nel tempo ha forgiato un’immagine istituzionale.

Un punto appare fermo: i partiti non vogliono accettare che sia il Capo dello Stato che il presidente del Consiglio abbiano un profilo tecnico. Una strategia che spazza via la prospettiva del cosiddetto governo-fotocopia, con il cambio della guardia a Palazzo Chigi e un mini-rimpasto nelle caselle ministeriali. Dunque, si indeboliscono le ipotesi di Colao e Cartabia, che sono già ministri dell’esecutivo guidato da Draghi. Così come potrebbe essere scartata l’opzione-Belloni, attuale numero uno del Dis. Più di tutti il suo nome potrebbe unire, ma non rientra tra i profili politici. In un quadro così fluido, è sempre in piedi la possibilità che Draghi resti premier, con un nuovo inquilino al Quirinale.

Ma anche in questo caso ci sarebbe da intervenire sulla squadra di governo. Un rimpasto anche significativo con la sostituzione di alcuni ministri, principalmente – se non esclusivamente – tecnici. Su tutti il titolare della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, contestato da vari settori, ma anche della ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, invisa a Salvini. In ogni caso, però, c’è un intoccabile: il ministro dell’Economia, Daniele Franco, praticamente un clone di Draghi.