Dieci anni a Cinque Stelle. La festa a Napoli per lanciare le nuove parole guerriere. Le riforme imposte al sistema sono costate molto. Ma i consensi tornano se si cambia davvero il Paese

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Nelle interessanti interviste della Notizia in vista della manifestazione di oggi e domani a Napoli (si vedano le edizioni del nostro giornale degli ultimi giorni), quattro personalità che conoscono sul serio il Movimento Cinque Stelle ci hanno ricordato da dove viene e soprattutto come si sta evolvendo questa forza politica. Marco Guzzi, Domenico De Masi, Jacopo Fo e Massimo Fini sono d’accordo sul fatto che l’esperienza di governo ha cambiato profondamente una storia partita in modo folle, tra i vaffa di Grillo e le riunioni tutt’altro che oceaniche nei primi Meetup, come ricordava ieri Roberto Fico sul Venerdì di Repubblica. Anti-sistema, euro-critici, nemici giurati della casta e dei suoi privilegi, con una fortissima sensibilità ambientalista, i primi passi di quella che era chiaramente un’armata Brancaleone dividevano i commentatori politici in due fazioni: chi li prendeva in giro perché i grillini non capivano niente e chi li prendeva in giro perché c’era da scommetterci che non andavano lontano.

Sono stati invece quei commentatori a non aver capito nulla, soprattutto dell’ansia di cambiamento che c’era e c’è fortissima ancora nel Paese. Il punto è che per dare seguito a questa richiesta di riforme il Movimento ha dovuto appoggiarsi prima alla Lega e adesso al Pd, cedendo il minimo sindacale grazie all’abile mediazione del premier Conte, ma suscitando l’incomprensione dell’elettorato più radicale, facile preda degli slogan con cui si promettono soluzioni impossibili, vera specialità di Matteo Salvini. I 5S, che hanno dovuto imparare molto in fretta le regole del gioco da cui per ora non si può fuggire, hanno dovuto prendere atto non solo che per ogni riforma c’è un prezzo da pagare, ma pure che più le riforme sono profonde, più il sistema si protegge con tutte le munizioni che ha, partendo dall’informazione.

Ne sa qualcosa l’ex ministro Danilo Toninelli, fatto passare articolo dopo articolo, giorno dopo giorno, come il più grande gaffeur del pianeta da quei giornali che – guarda caso – contemporaneamente incensavano i Benetton, cioè i patron delle Autostrade contro cui proprio Toninelli e il Movimento stanno facendo di tutto per revocare le concessioni in seguito alla tragedia del ponte Morandi di Genova. Ciò nonostante non si è rinunciato a spingere leggi che sono già nella storia del Paese, come il decreto dignità con cui si è ridotta l’area della precarietà nel mercato del lavoro, il Reddito di cittadinanza, la Spazzacorrotti, il taglio dei vitalizi, la riduzione dei parlamentari, giusto per citarne alcune delle norme realizzate incredibilmente in meno di un anno e mezzo. L’effetto è stata un’emorragia di voti, aggravata dalla grottesca accusa ai grillini di essere diventati avidi poltronari, enfatizzando all’inverosimile i casi di qualche portavoce che ha scelto strade diverse dal Movimento.

Parallelamente hanno bruciato sconfitte durissime e sinceramente inevitabili, a partire dalla prosecuzione del Tav. Questo calo di consensi, che inevitabilmente agita gli eletti e i militanti Cinque Stelle, è però il segno che si è su una strada buona per l’Italia. A guadagnare voti promettendo l’impossibile o lisciando il pelo ai furbi, sono bravi tutti. Se però vogliamo rimettere questa nazione e tutti noi in carreggiata non si può che proseguire nell’opera di smontaggio di un sistema anche culturale rimasto preistorico. Per chi scrive, e che non nasconde di aver molto criticato il Movimento agli esordi, convinto che la politica tradizionale potesse realizzare le riforme di cui abbiamo bisogno, oggi è chiaro che c’è una sola forza in grado di cambiare sul serio il Paese.

Una forza partita dall’osservazione di Beppe Grillo e dalla visione di Gianroberto Casaleggio, e che sta camminando nel bene e nel male sulle gambe di Luigi Di Maio e degli altri portavoce eletti a tutti i livelli, dalle Camere alle Regioni e i Comuni, dove ci si sta confrontando con i più visibili dei disastri lasciati in eredità dai competenti di prima. La condizione per tornare elettoralmente appetibili, e avvicinare o riavvicinare tanti cittadini al Movimento, sta nel continuare il percorso iniziato, curandosi dei risultati piuttosto che dei sondaggi, e gettando sul fuoco la carne di nuovi provvedimenti bandiera. La burocrazia, la Giustizia, le periferie, lo Stato che ascolta chi è in difficoltà per qualunque motivo, sono territori tutti da conquistare, per riprenderci la dignità di cittadini, senza cui la politica ha perso in partenza.