Dimenticare l’inchiesta sul petrolio di Potenza. L’exit strategy di Renzi: una soluzione flash per gettare nel dimenticatoio l’era Guidi

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Il rimpasto non ci sarà, ma un cambio rapido (certamente non indolore) certamente sì. Anche perché sostituire subito la Guidi non è un problema tecnico ma politico. Prendere tempo, tergiversare sui nomi, non farebbe altro che alimentare i dubbi sulla tenuta dell’esecutivo e sulla tanto decantata capacità decisionale del premier Matteo Renzi. Per questa ragione da Palazzo Chigi, dopo la firma del capo dello Stato Sergio Mattarella che ha ratificato le dimissioni dell’ex ministro dello Sviluppo Economico, è partito il messaggio che per il cambio della guardia ci sarà una “soluzione flash”, rimarcando che la “vacatio” al dicastero di via Venero ha già le ore contate.

MINISTERO IN CRISI
Renzi ha intenzione di proporre al Quirinale il nome del nuovo Ministro entro la settimana, in modo da affrontare la prova delle mozioni di sfiducia presentate delle opposizioni con la casella già occupata. Il premier sta lavorando alacremente alla sostituzione della ministra dimissionaria dopo la vicenda Tempa Rossa. Troppe le questioni aperte (dai tavoli di crisi aziendali, al Ddl concorrenza arenato al Senato, per finire con il piano “Industria 4.0” per il manufatturiero), per lasciare un Ministero “chiave” senza titolare. Per il nuovo (o la nuova) titolare del Mise non si dovrebbe nemmeno passare da un Cdm (per questa settimana, al momento, non c’è alcuna convocazione formalizzata), perché è al Quirinale che il nuovo Ministro dovrà giurare. Ma se per il dicastero si procede a tappe forzate, altrettanto non si può dire per l’attività parlamentare. Camera e Senato stanno facendo di tutto per spostare in avanti la data in cui saranno discusse e votate le mozioni di sfiducia nei confronti del governo messe a punto da Lega, Forza Italia e M5S. I capigruppo dei partiti di opposizione stanno insistendo nel chiedere la convocazione del vertice che stabilisce il calendario dei lavori. Ma sia Laura Boldrini che Piero Grasso stanno facendo melina, volendo aiutare il Governo. Renzi non teme il voto, nel senso di risultato, quanto l’effetto mediatico che esso può produrre. Soprattutto se le forze di opposizione, per una volta, dovessero trovare un punto d’intesa. Per il capo del Governo sarebbe un bel colpo all’immagine. Non a caso l’inquilino di Palazzo Chigi, come si usa fare nei momenti di difficoltà, è tornato ad aggredire la questione con una vera e propria offensiva mediatica, giocata senza risparmio di energie e di mezzi. Un segno di debolezza per alcuni analisti, solo legittima difesa per i renziani di rito ortodosso. Ma la prova di come stiano esattamente le cose l’avremo oggi. L’agenda di Renzi prevede la cabina di regia su Bagnoli, in programma nel primo pomeriggio a Napoli, dopo un pranzo a Palazzo Chigi con i reali di Norvegia. Una mossa tattica che la dice lunga su quanto sia in fibrillazione la macchina della comunicazione del Governo, timorosa delle proteste che si stanno organizzando. I sondaggi dicono infatti che sia il Pd che Renzi sono in calo dopo il caso Guidi mentre il referendum prende quota. Sarà per questa ragione che il premier ha deciso di giocare la carta, sempre rischiosa, dello scontro con la magistratura. Un corpo a corpo, quello con le toghe, che potrebbe rivelarsi un boomerang. Ma quando il gioco si fa duro tutti i mezzi sono leciti.