Dire addio al carbone costa. Ma i conti di Enel reggono. Svalutate le vecchie centrali, si punta sul green. L’utile a settembre scende a 813 milioni

di Carola Olmi
Economia

Riconvertire i giganti energetici costa, e anche se l’Enel si muove da tempo in direzione di una completa decarbonizzazione, l’impatto di questo processo si sente sul risultato netto dei primi 9 mesi di quest’anno, che scende a 813 milioni (-73%) proprio per la svalutazione degli impianti a carbone. I conti forniti dall’amministratore delegato Francesco Starace (nella foto) sono però ampiamente positivi, in linea con il forte apprezzamento del titolo in Borsa.

L’utile netto ordinario segna un robusto +14,1%, a quota 3,295 miliardi. I ricavi volano a 57.124 milioni di euro (erano 55.246 milioni di euro nei primi nove mesi del 2018) con un +3,4%. Tale incremento è da attribuire principalmente alle attività di infrastrutture e reti, in particolare in America latina, per il contributo di Enel Distribuição São Paulo in Brasile e per la risoluzione di temi regolatori pregressi in Argentina, nonché alle attività di Generazione Termoelettrica e Trading, prevalentemente in Italia. L’ebitda (cioè in sintesi il margine) sale a 13.209 milioni di euro (era 12.134 milioni di euro nei primi nove mesi del 2018), con un +8,9% e per l’Ad può salire ancora.

Starace ha quindi parlato di solidità del modello integrato di business di Enel, che ha permesso anche di accelerare gli investimenti fino a superare i 6 miliardi di euro, 84% dei quali dedicati a rinnovabili e reti e alimentati da una forte generazione di cassa che continuerà a sostenere le ambizioni di crescita del Gruppo nel medio e lungo termine. Sempre più incisive, inoltre, le azioni per integrare la sostenibilità nella strategia di business di Enel, che lo scorso settembre ha assunto l’impegno di ridurre del 70% le emissioni dirette di gas a effetto serra entro il 2030, rispetto ai valori del 2017.

In questo disegno il Gruppo ha lanciato sul mercato Usa e poi in Europa le prime obbligazioni societarie al mondo legate al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, raccogliendo circa 4 miliardi di euro. Il Cda ha inoltre deliberato un acconto sul dividendo 2019 pari a 0,16 euro per azione, in pagamento dal 22 gennaio 2020 (+14,3% rispetto all’acconto distribuito a gennaio di quest’anno). Tutto bene dunque? Se le prospettive per gli azionisti (e lo Stato) sono molto incoraggianti, con la previsione di un utile netto ordinario consolidato di circa 4,8 miliardi di euro a fine 2019, resta il nodo del debito, che continua a salire e ha raggiunto i 46,5 miliardi (+13,2% da fine 2018), anche per effetto dei notevoli investimenti effettuati. Prima dei conti approvati dal Cda e resi noti a mercati chiusi il titolo ha registrato ieri +1,79% a 6,983 euro per azione.