Distanza tra politica e giudici. Cade un muro d’ipocrisia. Sulla successione a Pignatone una faida mai vista. Così crolla la fiducia dei cittadini nella magistratura

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Guai a mischiare politica e magistratura. C’è in gioco l’essenza di un sistema democratico, dove i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario è bene che siano autonomi l’uno dall’altro, se non si vuol correre il rischio di finire presto o tardi sotto un bel regime. Nella vicenda che sta emergendo attorno alla corsa per la poltrona di capo della Procura di Roma, questi poteri però sono tutt’altro che separati, e il loro rapporto incestuoso non si nasconde solo nell’antichissima ipocrisia sulle correnti all’interno del Csm.

La poltrona liberata da Giuseppe Pignatone fa così gola da aver reso infatti ben visibili i giochi dei partiti. Dei tredici alti magistrati che aspiravano a questo incarico, sono rimasti in lizza solo tre, di cui però uno già virtualmente designato in commissione. Si tratta di Marcello Viola (attuale Procuratore generale a Firenze), Francesco Lo Voi (capo della Procura di Palermo) e Giuseppe Creazzo (attuale capo della Procura di Firenze). A decidere chi la spunterà sarà il plenum dell’organo di autogoverno dei giudici, ma è tutt’altro che irrilevante il numero di voti attribuiti dalla sezione del Csm che stabilisce gli incarichi, dove Viola ha preso quattro voti mentre gli altri due un voto a testa.

A sostenere Viola è la sua corrente, i conservatori di Magistratura Indipendente, il gruppo di Autonomia e Indipendenza (la corrente di Davigo e Ardita) e i componenti laici del Csm di M5S e Lega. Anche Lo Voi fa parte della stessa parrocchia di Viola, ha l’appoggio della Sinistra di Area e per l’antico rapporto professionale con Pignatone è indicato come l’elemento di continuità con l’attuale gestione della Procura. Creazzo, infine, è “portato” dai centristi di Unicost, la corrente più numerosa e di cui è leader l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) Luca Palamara (nella foto).

Quest’ultimo è adesso al centro di un’inchiesta dai contorni inquietanti, accusato di aver preso soldi e regali da un lobbista. Accuse che l’indagato respinge seccamente. La vicenda, nei caratteri generali, era già stata raccontata da diversi giornali, tra cui questo, in un articolo apparso il 28 settembre 2018 dal titolo “L’inchiesta che imbarazza il consigliere Palamara. Nel mirino degli inquirenti i rapporti con un imprenditore poi arrestato”. Anche per questo, il riemergere del caso proprio adesso ha il sapore di un procedimento ad orologeria. Veleni che disorientano i cittadini e fanno crollare la fiducia nelle toghe. Un problema che la politica però fa finta di ignorare.