Dopo i ponti crolla pure Ciucci. Il presidente dell’Anas getta la spugna: è la fine di un sultanato lungo 10 anni

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La fine di un’epoca. O forse sarebbe meglio dire la conclusione di un “sultanato” che durava all’Anas ormai da 10 anni. Pietro Ciucci, che il governo aveva già ampiamente mollato, ha deciso di rimettere il mandato nelle mani del nuovo ministro per le Infrastrutture, Graziano Delrio. La sua uscita dalla società che gestisce decine di migliaia di chilometri di autostrade e strade sarà ufficializzata nell’assemblea prevista a maggio. Ed è a partire da quel momento che, verosimilmente, l’esecutivo proverà a fare decollare una nuova Anas. Certo, lo scandalo del crollo della rampa d’accesso al viadotto Scorciavacche, in Sicilia, alla vigilia dello scorso Natale, può essere considerato l’inizio della fine di Ciucci. I crolli dei giorni più recenti hanno fatto il resto.

 
LA STORIA
Ma il manager, ex Iri, paga anche la sua lunga (troppo lunga per i critici e per il governo) permanenza sulla tolda di comando di una delle più grandi stazioni appaltanti del Paese, capace di movimentare miliardi e miliardi di euro ogni anno. Tra l’altro sono stati anni di grandi polemiche. Oggi l’Anas ha ancora un corpaccione che al 31 dicembre 2013 contava 6.109 dipedenti, seppur diminuiti rispetto ai 6.480 della fine del 2010. Una contrazione di personale che però ha soltanto lambito le figure apicali, quelle spesso e volentieri contraddistinte da ricchi emolumenti che in alcuni casi, fino all’anno scorso, superavano con disinvoltura i 240 mila euro di tetto agli stipendi pubblici (vedi La Notizia del 10 ottobre 2014). Dai 182 dirigenti del 2010, infatti, si è passati ai 194 del 2011, ai 189 del 2012 e ai 182 del 2013. Un numero che, quindi, è grosso modo rimasto lo stesso. E poi il consistente numero delle partecipate, che continuano a circondare la “casamadre”. Oggi se ne contano ancora 16: Anas Internationl Enterpise (100%), Quadrilatero Marche-Umbria (92,3%), Stretto di Messina spa in liquidazione (81,8%), Centralia-Corridoio Italia Centrale (55%), Sitaf-Società italiana traforo autostradale del Frejus (51%), Autostrade del Lazio (50%), Autostrade del Molise (50%), Concessioni autostradali lombarde (50%), Concessioni autostradali venete (50%), Autostrada Asti-Cuneo (35%), Società italiana per il traforo del Monte Bianco (32,1%), Caie-Consorzio autostradale italiano energia (9%), Idc-Italian distribution council (6,6%), Pmc Mediterraneum (1,5%) e Consel-Consorzio Elis per la formazione professionale duperiore (1%). Insomma, una serie di cortili e cortiletti in cui hanno continuato a prosperare poltrone stipendi.
 
LE CRITICHE
Di sicuro palazzo Chigi aveva da tempo mollato Ciucci. E due giorni fa si sono registrate le dichiarazioni durissime del capo della Struttura tecnica di missione contro il dissesto idrogeologico di palazzo Chigi, ossia il “renzianissimo” Erasmo D’Angelis. “La verità va detta tutta”, ha esordito il D’Angelis commentando l’ultima frana che ha coinvolto il viadotto dell’autostrada Palermo-Catania”. Il quale “poteva essere messo in sicurezza, e Anas e Regione potevano e dovevano intervenire già dieci anni fa e nessuno lo ha fatto. Nemmeno a noi è mai arrivata la segnalazione del rischio. Ma quella frana non è un indizio, è la prova non solo della mancanza di monitoraggi, cure e manutenzioni ordinarie del nostro territorio più fragile nelle Regioni più a rischio, ma anche di sciatteria, disorganizzazione, disattenzioni e abusi”. Alla fine Ciucci non poteva rimanere  un minuto di più.
L'editoriale
di Gaetano Pedullà

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