A mettere nei guai Giorgia Meloni, più di chiunque altro, è Donald Trump. Non solo per le difficoltà sul piano internazionale che la presidente del Consiglio ha quando deve mantenere il suo equilibrismo tra Stati Uniti e Ue. Ma anche, se non soprattutto, sul fronte interno. Perché il prossimo anno, quello che porterà l’Italia alle elezioni politiche, rischia di trasformarsi in uno strazio sul fronte economico. E la colpa è proprio del presidente Usa, perché proprio due sue decisioni hanno di fatto ipotecato tutte le prossime mosse del governo.
La prima, di cui gli effetti sono evidenti a tutti, è l’attacco in Iran con la conseguente crisi energetica che ha costretto il governo a spendere circa un miliardo per il taglio delle accise. E se la guerra non dovesse finire, potrebbe andare anche peggio. Ma ancor di più pesa una seconda scelta di Trump: l’imposizione di spendere almeno il 5% in difesa per gli alleati Nato, Italia compresa. Così Meloni si trova di fronte a un anno di galleggiamento forzato, proprio in quell’anno in cui sperava di rilanciarsi anche con importanti misure economiche per avere un ritorno elettorale. Ma i soldi, grazie a Trump, non ci sono più.
La doppia ipoteca causata da Trump e pagata da Meloni
La crisi energetica causata dagli attacchi di Trump in Iran ha già portato il governo a varare due decreti per tagliare le accise sui carburanti. Il primo è costato oltre 520 milioni, risorse reperite da tagli ai ministeri, tra cui anche il Mef e quello della Salute. Poi un secondo intervento estende la riduzione delle accise fino all’1 maggio, con costo stimato in 500 milioni, di cui solo 200 derivanti dall’aumento del gettito Iva legato al rincaro dei carburanti. E così il governo si trova ad aver perso, già ora, un miliardo che Meloni sperava di spendere diversamente.
Ma molto peggio va sul fronte del riarmo e lo ha ammesso, non volendo, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, durante il question time al Senato di giovedì. Il deficit italiano deve scendere sotto il 3% del Pil per uscire dalla procedura d’infrazione Ue, perché solo così si potrebbe accedere alla clausola di salvaguardia per le spese militari. Che in questo caso non rientrerebbero nel computo del deficit. Se uscissimo dall’infrazione, quindi, ci potremmo indebitare per lo shopping militare.
Ma a Meloni può andare, almeno politicamente, anche peggio. Perché senza uscita dall’infrazione l’unica soluzione è lo scostamento di bilancio, come ammesso da Giorgetti: “Verranno rimesse al Parlamento le conseguenti determinazioni”. Che vuol dire che le Camere dovranno approvare lo scostamenti di bilancio. Un’ipoteca sui conti italiani, vincolati alle spese per il riarmo. E vuol dire la fine dei sogni di gloria di Meloni, che sperava in una Manovra – dopo l’ultima di pura austerità – utile anche a rafforzare i consensi.