Draghi e il governo di palazzo. Il premier non risponde a nessuno

Salvini Draghi
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Un lettore scrive a La Notizia: “Draghi fa quello che gli pare, senza ascoltare nessuno. Dicono che è il governo di tutti, ma a me sembra il governo di nessuno”. Credo che la definizione data dal lettore sia molto appropriata: è il governo di nessuno. Ne abbiamo avuta l’ennesima prova la settimana scorsa alla conferenza stampa di Draghi: un ceffone al M5S sulla riforma della Giustizia, e un ceffone alla Lega sul green pass. Insomma, Draghi fa esattamente quello che gli pare. Mascherato da governo di salvezza nazionale, è un governo tecnico o meglio un governo del Palazzo, che fonda la sua potenza sull’impotenza della politica. Draghi avrebbe potuto risparmiarci qualche ministro pescato dai partiti a mo’ di contentino, così non avremmo rivisto le Gelmini, le Stefani, i Brunetta e qualche altro vecchio arnese, come per esempio il capo di Gabinetto di Palazzo Chigi, Antonio Funiciello, uomo alla mano di Renzi, e il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, che da avvocato di Berlusconi si è trasformato ipso facto in spauracchio dei magistrati. Sarebbe stato più trasparente nominare solo ministri tecnici, come la Cartabia, un fiorellino coltivato con diligenza da Comunione e liberazione, che è la più reazionaria e oscurantista delle congreghe cattoliche. Qualcuno paragona il governo Draghi ai vecchi “monocolore” della Dc. Ma la Dc era sorretta dal 35% (o più) dei voti.

Mentre Draghi è sorretto solo dalle quotazioni virtuali dei sondaggi. Ma qui bisogna fare molta attenzione: la democrazia non funziona così. I fan invasati di Draghi (quanti ce ne sono nei salotti buoni e nei giornali al servizio dei soliti noti dei privilegi e dell’economia), che saltellano come tarantolati tanta è la gioia di essersi liberati di un uomo onesto come Conte, ci ripetono che SuperMario salverà l’Italia. Nessuno discute l’abilità di Draghi o la sua astuzia o (come vedremo presto) le sue sfrenate ambizioni. Ma per amore di verità ricordiamoci che l’Italia l’ha salvata Giuseppe Conte, quando ha portato l’Europa, per la prima volta nella sua storia, a condividere il debito sovrano grazie al Recovery Fund. Il resto sono chiacchiere.