Draghi promuove a pieni voti la sua presidenza Bce. Sono partite le grandi manovre per farne il Macron italiano

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Chi si loda si imbroda, dicevano i nostri nonni. Ma se nel brodo c’è tanto arrosto chissenefrega di sfidare le critiche, l’ultimo dei pensieri per Mario Draghi, ieri l’uomo della Provvidenza sulle sorti dell’Euro e domani, chissà, magari il Macron italiano sulle cui spalle peserà il destino di questo Paese. Il Presidente della Banca centrale europea, da tempo sogno proibito di Berlusconi per capeggiare l’area dei moderati dove Forza Italia è l’azionista di riferimento, oggi ha davanti uno scenario completamente diverso, con le elezioni vicine ma non troppo, i partiti un po’ tutti in disarmo e l’esperienza francese che insegna come ci sia spazio per scavalcare gli assetti politici tradizionali e conquistare i Governi con programmi e facce nuove. Fantapolitica? Nei Palazzi dove i poteri forti parlano a voce bassa (e sempre meno in italiano) c’è chi non aspetta altro. Draghi ha dalla sua la credibilità del civil servant passato dalle più alte responsabilità pubbliche, il prestigio (e la rete) del governatorato alla Banca d’Italia, la presidenza di una Bce dove è riuscito – in ritardo, ma c’è riuscito – a piegare i falchi tedeschi e nord europei del rigore monetario.

È stato lui infatti a imporre quel quantitive easing (immissione di liquidità monetaria nel sistema finanziario) che ha salvato l’Euro. Il suo bilancio personale è perciò fortissimo, anche se da Berlino dopo le elezioni inizieranno a contare i minuti prima che liberi la poltrona, in scadenza il 31 ottobre 2019, a meno che il diretto interessato non tolga prima il disturbo. A dire il vero gli esegeti della presidenza Draghi osannano i suoi successi più del necessario. Sotto la sua guida l’istituto di Francoforte ha acquisito nuovi poteri, soprattutto nella vigilanza sul credito, ma nel frattempo sono saltate quasi 700 banche. E senza dare minimamente alla Bce la colpa della crisi finanziaria globale derivata dal tracollo della Leheman Brothers, non c’è dubbio che l’inflazione media nel Vecchio Continente non è ancora risalita su quel livello medio del 2% che è per regola la stella polare dell’Eurotower. Senza Draghi e la sua capacità di forzare gli ayatollah dell’austerità, a partire dal risoluto ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schäuble, le cose però sarebbero andate molto peggio. Il piano di riacquisti di titoli pubblici ha permesso a Paesi come l’Italia di non saltare sotto lo tsunami dello spread, e solo per questo Draghi sa di avere un grandissimo credito con le classi più accorte e rilevanti di questo Stato, abbiano queste simpatie di destra, di sinistra, di sopra o di sotto.

Scenario favorevole – Lui però non fa niente per riscuotere adesso, e aspetta che gli si corra dietro a pregarlo di scendere in campo. Qui il menu elettorale prevede solo vecchie sbobbe. Vinca l’armata Brancaleone (vedi quello che sta penosamente accadendo in Sicilia) capeggiata da Berlusconi e si allei con Renzi, arrivato secondo, cambia poco rispetto allo scenario in cui vinca Renzi e il sultano di Arcore arrivi dietro. Con buona pace dei Cinque Stelle che incasseranno un sistema elettorale dove i loro tanti voti finiranno dritti dritti all’opposizione. Con Draghi in pista invece no, potrebbe arrivare qualcosa di nuovo in cucina. Qualcosa di succulento soprattutto per i mercati e le grandi cancellerie estere dove hanno in mente solo una cosa: la stabilità politica in mano a leadership che garantiscano il rispetto di impegni come i trattati internazionali e la restituzione del debito pubblico. Parliamo di poteri molto più forti dei nostri anemici capi di partito e degli ancora più traballanti banchieri e grandi imprenditori ridotti pressapoco con le pezze al sedere. Proprio il trasloco di molti poteri a quella Bce dove adesso c’è Draghi a dare le carte, oltre a una serie di errori manageriali indotti anche dalle regole sul credito profondamente cambiate, hanno tolto forza ai sedicenti salotti buoni della nostra economia e finanza. Un mondo rimasto orfano dell’immenso potere di cui ha goduto per decenni, quando Bazzoli, Guzzetti, Palenzona o il Geronzi di turno contavano più di ministri e capi di Governo. Bei tempi andati per quella generazione di fenomeni che adesso ha in Draghi la persona giusta per tornare a pesare sul serio. L’uomo è pacato, affidabile, con uno standing indiscutibile all’estero ma anche una buona immagine presso l’elettorato nazionale moderato di destra e di sinistra. Asset superiori a quelli da cui partiva Macron. E se tutto il mondo è paese…

Il banchiere Ue si promuove. Senza di lui cadeva l’Euro

 

di Sergio Patti

Bravo bravissimo. In Germania, dove hanno fatto di tutto per impedirgli di allentare la stretta monetaria dell’Euro, non sono tanti a dirglielo. Però la strategia della Bce imposta anche contro il veto dei falchi tedeschi è stata indubbiamente vincente e allora bravo Draghi ieri se l’è detto da solo. L’occasione è stata il discorso inaugurale dell’annuale simposio dei premi Nobel a Lindau, proprio in Germania. A chi lo ascoltava con diffidenza e con una certa fretta di vedere un altro presidnete alla guida della Banca centrale europea, l’attuale numero uno dell’Eurotower ha spiegato che le sue misure straordinarie di politica monetaria “sono state un successo”. Era importante adeguarsi senza la difesa di vecchi paradigmi alle situazioni di crisi, e l’Istituto di Francoforte l’ha fatto. Uno schiaffo a casa loro a quei falchi del rigore monetario, come la Bundesbank, che invece avrebbero fatto saltare interi Paesi, come l’Italia, messa in ginocchio dalla roulette impazzita dello spread sul nostro debito pubblico. Così la Banca centrale dell’eurozona si è staccata dalla vecchia ortodossia monetarista per affrontare la “peggiore crisi dalla Grande depressione” come l’ha chiamata il presidente della Bce.

Poca inflazione – Quello che Draghi non ha svelato è invece quando finirà, o perlomeno rallenterà, l’attuale politica monetaria accomodante. La data è attesa e temuta dai mercati, ma per il momento non ci sarebbero le condizioni per tornare ad alzare il costo del denaro, fermo da tempo ai minimi storici in attesa che l’economia europea riprenda vigore e si stabilizzi la dinamica dei prezzi. L’inflazione media resta infatti sotto il 2%, che è l’obiettivo fissato dalla Bce in una situazione di crescita moderata del Pil comunitario. Un traguardo che oggi è comunque visibile, dopo un lungo periodo in cui l’Europa ha invece rischiato la recessione, con la crescita al lumicino (in diversi Paesi negativa) e i prezzi in deflazione. L’effetto della strategia Bce dunque c’è tutto e il banchiere centrale sa perfettamente di essere stato il salvatore dell’Euro, se non della stessa Unione europea, difficilmente capace di reggere all’avanzata dei populismi in caso di ulteriore deterioramento dell’economia. Per questo Draghi si è sostanzialemente promosso a pieni voti, senza nascondere però l’esistenza di altri problemi, a partire dalla necessità di una corretta regolamentazione finanziaria. Sullo sfondo c’è il cambio con un dollaro che restando basso favorisce le imprese Usa.

Riforme assenti – Quanto fatto dalla Bce, insomma, sembra di gran lunga più efficace di quanto realizzato da tanti Stati ai quali proprio Draghi chiede da sempre di realizzare le necessarie riforme strutturali per rilanciare l’economia. Dall’annuale simposio dei banchieri centrali di Jackson Hole, dove il numero uno della Bce tornerà a parlare domani, tre anni fa Draghi disse che le politiche di offerta, spinte soprattutto dalle banche centrali, non bastavano per sostenere uno scenario che all’epoca stava degradando rapidamente. Anche da quel palco il banchiere centrale Ue mise i governi dell’Unione sulla graticola indicando la necessità e l’urgenza di mettere sul piatto politiche di domanda più robuste, e fare più investimenti. Un invito raccolto solo a metà, con riforme che Paesi come l’Italia hanno realizzato senza troppa convinzione, affidando temi come il lavoro a una legge dal nome altisonante di Jobs Act, piena di buone intenzioni ma alla prova dei fatti di scarsa efficacia. Tutta un’altra musica rispetto al  quantitative easing che invece ha funzionato, eccome. Anche adesso che ha ridotto da 80 a 60 miliardi al mese l’acquisto dei bond governativi. “Una robusta letteratura empirica”, ha detto Draghi, “certifica il successo della forward guidance”, l’indicazione sulla traiettoria di politica monetaria che è stata introdotta con la Grande crisi, ma testimonia anche l’efficacia del QE “nel sostegno dell’economia e dell’inflazione sia negli Usa sia nell’area dell’euro”. In altre parole: Draghi, bravo, bravissimo.