E’ Amato, più di nome che di fatto

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di Gaetano Pedullà

direttorepedPiù che la Gabanelli candidata di bandiera dai grillini al Quirinale, ciò che sorprende della politica italiana è la mancanza di memoria. Domani si inizia a votare per il Colle e al momento nel punto di equilibrio più alto tra Bersani e Berlusconi c’è Giuliano Amato. Sì, proprio lui, il “dottor sottile” passato da ogni stagione con un sogno nel cassetto: la presidenza della Repubblica. Craxiano con Craxi, traditore del leader socialista sotto la tempesta di Tangentopoli, autore del più subdolo allungo mai riuscito nelle tasche degli italiani, si inventò il prelievo forzoso sui conti correnti. La chiamarono Eurotassa. E’ servita a farci entrare in Europa con un concambio che ancora grida vendetta. Questo è Amato. E questo la dice lunga su quanto la politica italiana sia ormai a corto di leadership, di idee e fantasia. Naturale che Grillo, con le sue Quirinarie, abbia marcato ancora una volta la differenza con due partiti in velocissimo declino. Una mossa abile, anche perché blinda i suoi parlamentari e scongiura ogni rischio di spacchettamento, sul modello che ha portato Grasso a guidare Palazzo Madama. Ipotesi spacchettamento quasi impossibile nel Pdl, mentre a destra c’è chi ha provato a sondare le tre diverse anime di un Pd ridotto almeno in tre pezzi: gli ortodossi bersaniani, i renziani e l’area cattolica ormai chiaramente marginalizzata e furibonda per la plateale bruciatura del suo candidato naturale Franco Marini. Per paura di sorprese, soprattutto dalla quarta votazione in poi, i rumors dal Palazzo davano i leader dei due blocchi come rassegnati a ripiegare “sull’usato sicuro”, su un presidente che ha dimostrato di essere buono per tutte le stagioni. E pazienza se ancora grida allo scandalo chi ha saputo quanto ogni mese si porta a casa di pensione. Il fatto che si chiami Amato però non assicura che lo sarà davvero. Soprattutto dagli italiani, che questo giro sicuramente meritano qualcosa di più.

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