Ecco chi sono i nemici del Salario minimo e del Reddito di cittadinanza

In Italia c'è ancora qualcuno che criminalizza il Reddito di cittadinanza e ostacola il Salario minimo: sono i veri populisti.

Al di là dell’impatto effettivo che la direttiva del Trilogo europeo (che mette insieme Commissione, Consiglio e Parlamento Ue) avrà su Paesi membri un fatto è acclarato: mentre in Italia qualcuno ancora criminalizza il Reddito di cittadinanza e ostacola il salario minimo, il mondo là fuori si è reso conto da un bel pezzo che la strada da seguire è quella di garantire dignità al lavoro e ai lavoratori con buona pace degli imprenditori che si sfidano sui salari al ribasso.

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In Italia c’è ancora qualcuno che criminalizza il Reddito di cittadinanza e ostacola il Salario minimo: sono i veri populisti

Il sistema autorizzato dall’Ue (chiamato “automatic indexation”) punta sul potere d’acquisto dei lavoratori per lasciare inalterata la capacità di sopravvivenza a chi percepisce la retribuzione minima. In un momento storico come questo, in cui l’inflazione galoppa e i tassi stanno raggiungendo livelli che non si vedevano da 40 anni, connettere i prezzi alle buste paga significa riportare l’economia alla realtà, con buona pace del governatore di Bankitalia Visco che teme «una rincorsa tra prezzi e salari» mentre l’Ue se la augura. Ora manca la plenaria del Parlamento, la ratifica del Consiglio Ue e la ricezione da parte dei singoli Stati.

Basta togliere lo sguardo dall’Europa e volgerlo a casa nostra per rendersi conto come la decisione di Strasburgo sia uno schiaffo in piano viso per tutti gli economisti (più o meno liberali, sicuramente filopadronali) che in tutti questi mesi si sono immolati per dirci che il salario minimo (in discussione nel nostro Parlamento) sarebbe stata una disgrazia nazionale e avrebbe giocato il mondo dell’imprenditoria.

La decisione di Strasburgo, ancora una volta, smaschera i falsi progressisti che giocano a conservare in Italia un mondo del lavoro superato nei modi e nei tempi. Non è un caso che la decisione Ue smutandi un ministro come Renato Brunetta che vede nel salario minimo un’azione “contro la nostra storia culturale di relazioni industriali” – ipse dixit – dove per “storia culturale” c’è l’irrefrenabile impulso di tornare ai vassalli, valvassini e valvassori così facili da governare e così convenienti nel farli lavorare.

Non è un caso che la decisione di Strasburgo sia anche una bella smossa per i sindacati (Cisl in testa) che faticano a comprendere che il loro ruolo, per continuare a essere proficuo, sia in continua evoluzione. La presunta concorrenza tra salario minimo e contrattazione collettiva è una bugia (e infatti viene sventolato come rischio da quelli terrorizzati da una normativa più rigida per le imprese, Calenda in testa): chi se non i sindacati avranno un ruolo fondamentale nel definire le soglie e i parametri?

A settembre tra l’altro il Consiglio europeo (su suggerimento della Commissione) inizierà la discussione sul “reddito minimo” che altro non è, nella sostanza, il Reddito di cittadinanza così tanto vituperato più o meno dagli stessi nemici del salario minimo. L’Ue inviterà tutti gli Stati membri a inserire nelle rispettive legislazioni una misura a favore del sostegno universale. Chissà che ne pensa Renzi (uno di quelli che si dichiara sempre europeista con l’Europa più lunga degli altri) di apparecchiare un referendum per abolire una misura che l’Ue ritiene fondamentale.

Poi, volendo, ci sarebbe da fare politica. Ci sarebbe da pensare come rendere questi strumenti migliori, se e come correggerli, confrontarsi (perfino scontrarsi) su come renderli funzionali. Ma bisognerebbe avere il coraggio di abbandonare la propaganda e occuparsi della realtà e la vicinanza delle prossime elezioni è un richiamo troppo forte per i populisti che vorrebbero combattere il populismo degli altri.

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