Ecomostro all’italiana. Italia condannata per Punta Perotti. Viaggio nell’ex Belpaese deturpato da abusivismo, condoni e criminalità organizzata

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Con una sentenza non appellabile, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha stabilito che le autorità italiane non avrebbero dovuto procedere con la confisca di numerosi terreni per costruzione abusiva senza una previa condanna dei responsabili: la sentenza riguarda Punta Perotti (Bari), Golfo Aranci (Olbia), Testa di Cane e Fiumarella di Pellaro (Reggio Calabria). Per i giudici le autorità italiane hanno violato il diritto al rispetto della proprietà privata.

La vicenda –  Il primo progetto di lottizzazione di Punta Perotti risale al 1979, ma passarono 13 anni per l’approvazione dei piani proposti dalle aziende dei gruppi imprenditoriali Andidero, Matarrese e Quistelli. Nel 1995 venne rilasciata la concessione edilizia per la realizzazione dei vari blocchi, destinati a residenza e terziario, e con l’avvio dei cantieri cominciarono le polemiche e le proteste di cittadini e movimenti ambientalisti. Nel 1997 la Procura di Bari dispose il sequestro dell”ecomostro‘ , bloccando i lavori nei cantieri e dopo il ricorso degli imprenditori, dispose il dissequestro dei suoli. Ma al termine di un processo celebrato con rito abbreviato, due anni più tardi, venne ordinata la confisca del complesso edilizio, ritenendo la costruzione abusiva, mentre gli imprenditori furono assolti “perché il fatto non costituisce reato”.  Assoluzione confermata anche nel 2000, durante la chiusura del processo che revocò nuovamente il provvedimento di confisca. Nel 2005 fu autorizzata la demolizione, avvenuta in tre giorni il 2, 23 e 24 aprile 2006′. Nel 2010 fu revocata la confisca dei suoli, che sono stati restituiti alle imprese, con la sentenza che impose il risarcimento a queste ultime. Nel maggio 2012 la Corte europea dei diritti dell’uomo si era già pronunciato sulla vicenda e aveva condannato lo Stato italiano a pagare 49 milioni alle imprese che avevano progettato Punta Perotti.

Ecomostri all’italiana – Dagli anni Cinquanta ad oggi, l’Italia ha consumato e continua a consumare il proprio suolo, con una media di poco inferiore ai 30 ettari al giorno. Nei primi mesi del 2016, si calcola che siano stati consumati 3 metri quadrati al secondo. Di questo assedio fanno le spese anche le aree vincolate e le coste, dove a trent’anni dalla legge Galasso la densità media di edifici ha raggiunto i 512 per Kmq con un incremento del 28%. Tanto che a livello nazionale un quarto della fascia costiera vincolata è ormai consumata. L’intensità dell’abusivismo costruttivo in Italia ha pochi riscontri in Europa. Le soprintendenze, in cronica mancanza di personale, sono subissate dal lavoro, tanto che ogni funzionario si deve occupare in media di 457 procedimenti l’anno.

Quattro ecomostri da abbattere – I casi di cemento illegale che Legambiente denuncia da sempre e di cui chiede alle istituzioni, Comuni in testa, l’abbattimento per via preferenziale sono quattro. Secondo l’associazione ambientalista, in virtù della loro storia e del loro impatto sul territorio rappresentano bene ciò che deve essere finalmente cancellato dalle coste italiane. Sono gli scheletri di Pizzo Sella a Palermo, il villaggio di Torre Mileto a Lesina in provincia di Foggia, lo scheletro di Aloha mare ad Acireale nel catanese, le 35 ville nell’area archeologica di Capo Colonna a Crotone.

Condono mon amour – Il terremoto che la scorsa estate ha colpito l’isola d’Ischia, per esempio, scoperchiò il fenomeno dell’abusivismo sulla piccola isola campana: 600 case abusive furono colpite da ordine definitivo di abbattimento mentre vennero contate 27mila pratiche di condono presentate dagli abitanti dell’isola in occasione delle tre leggi nazionali del 1983, 1994, 2003. La costante dei condoni edilizi alimenta il fenomeno, ma a moltiplicare i cantieri illegali è soprattutto un altro incentivo micidiale: la quasi matematica certezza che l’immobile abusivo non verrà abbattuto. Le ordinanze di demolizione effettivamente eseguite, anche quando sono previste da sentenze della magistratura diventate definitive, sono l’eccezione e non la regola. Lo confermano i dati, ancora di Legambiente, sulle demolizioni eseguite nei comuni capoluogo di provincia, dal 2000 al 2011, appena 4.956, ovvero il 10,6% delle 46.760 ordinanze emesse. Il provvedimento, insomma, arriva ma la possibilità di farla franca è comunque elevatissima. Non bisogna mai dimenticare poi che ad alimentare il fenomeno dell’abusivismo edilizio è anche la connivenza delle pubbliche amministrazioni con la criminalità organizzata, come raccontano le pagine del rapporto Ecomafia. L’analisi dei decreti di scioglimento delle amministrazioni locali condizionate dalla mafia restituisce un dato inequivocabile: l’81% dei Comuni sciolti in Campania dal 1991 ad 2013, vede, tra le motivazioni, un diffuso abusivismo edilizio, casi ripetuti di speculazione immobiliare e pratiche di demolizione inevase.