Economia e storia alla resa dei conti. In un vecchio giornale due Italie a confronto

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di Vito Massimano

Roma è una sorta di museo a cielo aperto. Capita spesso di imbattersi in autentiche meraviglie storiche ormai trattate con indifferenza dai romani. Solo il confronto con la stretta attualità, quindi, può risvegliare la curiosità dell’osservatore distrattamente immerso nella grandezza monumentale capitolina; ciò accade quando l’attualità racconta di sperperi mentre il passato narra tutta un’altra roba. Premetto che, per affrontare l’argomento, basterebbe trattare con leggerezza le implicazioni emotive di una guerra (mondiale e civile) mai archiviata i cui strascichi sono tutt’ora grottescamente dilanianti per la nostra società ed abbandonare le rispettive faziosità.
E allora sforziamoci di guardare la notizia senza retropensieri e proviamo a sorridere di fronte ad un giornale rinvenuto casualmente in una vetrina e messo lì in bella evidenza proprio per far riflettere e divertire il passante con l’umorismo caustico tipico della romanità.
Testata: Il Lavoro Fascista – Titolo: un avanzo di un miliardo e 289 milioni nell’esercizio finanziario 1936 – 1937. Immagino già le polemiche di chi la ritiene notizia al limite dell’apologia ma, con buona pace di costoro, non si tratta di riabilitare un bel niente. La riflessione è molto più lineare di quanto sembri, basta solo consegnare alla storia un frangente doloroso della vicenda Patria e commentare un semplice titolo che, confrontato con quelli di oggi, suggerisce considerazioni agrodolci.
Con un po’ di sana leggerezza proviamo a calarci nel periodo storico: siamo alla vigilia di una guerra con annesse ingenti spese militari, sorgono città su terreni paludosi, si imbastisce il primo embrione di stato sociale, i lavori pubblici procedono a ritmi serrati, la scolarizzazione di massa è un imperativo categorico, la questione meridionale drena molte risorse pubbliche e lo sviluppo industriale richiede sforzi statali giganteschi. Risultato: un avanzo nel bilancio dello Stato. E giungiamo alla più stretta attualità fatta di manovre finanziarie necessarie a tappare gli ammanchi di uno Stato sprecone.
Risultato: un disavanzo colossale e servizi al lumicino. Allora è evidente che, indipendentemente da giudizi di stampo ideologico, il problema è quello di moralizzare la spesa pubblica andando a violare i santuari del malaffare. Dove siamo arrivati o meglio, quanto siamo regrediti? Giusto per dare la cifra del danno arrecato al Paese in questi anni, sarà utile citare qualche dato che prontamente ci viene fornito dalla Cgia di Mestre secondo cui, tra il 2000 ed il 2010, la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di 141,7 mld di euro, pari al +24,4%, mentre, in rapporto al Pil, sempre nel 2010, le uscite pubbliche dello Stato hanno raggiunto il 46,7% e cioè 6,8 punti in più rispetto a 10 anni prima. Sempre nel 2010, lo Stato ha speso 11.931 euro per ciascun cittadino italiano: 1.875 euro in più rispetto a quanto spendeva nel 2000.
Come se non bastasse, il trend della spesa viaggia verso quota 800 mld di euro all’anno. E mentre la nave “discordia” plana verso gli scogli del default, gli Schettino di Governo pontificano incuranti sul nulla ed i passeggeri assistono intontiti al pianista che suona la solita canzone. Chissà quanti degli inebetiti spettatori, passando davanti a quella vetrina, si saranno abbandonati alla solita polemica pro o contro il ventennio, ignorando magari che il sagace antiquario aveva solo intenzione di far riflettere.