Economia locale terremotata. La ripresa così è impossibile in aree che vivevano di turismo e allevamento

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L’ultimo allarme è stato lanciato dai piccoli commercianti di alimentari. Tra maltempo e terremoto, “i danni commerciali sono superiori a quelli strutturali. Sono tanti gli esercizi chiusi – ha detto ieri Donatella Prampolini, presidente di Fida (Federazione italiana dettaglianti dell’alimentazione) e vicepresidente di Confcommercio, nel sottolineare come i negozi alimentari nelle zone terremotate “siano in ginocchio”. D’altronde la denuncia della Prampolini fa seguito alla richiesta, avanzata dalla Cna (Confederazione Artigiani) presieduta da Daniele Vaccarino di sospendere almeno per sei mesi il pagamento di tutte le imposte nelle zone colpite da maltempo e terremoto e “di valutare da subito forme di sostegno per le imprese e per i loro dipendenti”.

Allevamenti in ginocchio – Misure inevitabili e che chiamano Stato centrale e Regioni alle loro responsabilità, finora disattese. Perché il dramma del terremoto, unito all’emergenza freddo, ha inflitto un altro duro colpo all’economia di molti Comuni del Centro Italia dove migliaia di persone vivono di agricoltura e pastorizia, offrendo prodotti tipici che rappresentano la spina dorsale del Made in Italy alimentare. E così migliaia di persone fanno i conti con stalle crollate e animali schiacciati o uccisi dal freddo. “Sono circa tremila le aziende agricole e le stalle sepolte dalla neve nelle aree colpite dal terremoto dove si contano casi di isolamento, nuovi crolli, decine di mucche e pecore morte e ferite, difficoltà per garantire l’alimentazione degli animali ma anche per le consegne con tonnellate di latte che da giorni si è costretti a gettare”, ha denunciato la Coldiretti. In questo senso i numeri aiutano a comprendere il quadro della situazione: tra danni alle coltivazioni, stalle distrutte o pericolati, bestiame morto per fame o gelo, i danni calcolari hanno portato a un crollo fino al 50% della produzione di latte. A questi si aggiungono maggiori costi dovuti ai disagi creati dal maltempo, stimabili del 30%, per le difficoltà ad alimentare il bestiame, mungerlo, abbeverarlo. Ma in soldoni, di quanto parliamo? Presto detto: secondo la Cia-Agricoltori italiani il settore primario sta perdendo circa 100 milioni di euro a settimana tra danni alle coltivazioni e ai beni strumentali, perdite alla zootecnia e soprattutto mancata commercializzazione. In ginocchio soprattutto gli allevamenti, con ancora pochi ripari provvisori messi a disposizione di chi ha perso la stalla, su circa 700 richieste inoltrate dal 24 agosto in poi. Uno dei casi più surreali viene dall’Umbria. Qui, come denunciato in un’interrogazione da Andrea Liberati (M5S), la giunta guidata da Catiusca Marini si era impegnata sin dal 24 agosto a fornire gli allevatori di stalle mobili per evitare che rimanessero in zone a rischio terremoto. Peccato però che nulla sia stato fatto. “Fino ad ora – commenta -Liberati – è stato coperto dopo cinque mesi un fabbisogno che arriva massimo al 15%”. Con la conseguenza che in tanti preferiscono restare coi loro animali. In pericolo di vita.

Turismo distrutto – Ma non è finita qui. Perché poi c’è il capitolo turismo. Devastato. Al di là degli ingenti danni alle imprese colpite dal sisma (solo a Norcia e nei comuni della Valnerina oltre 200 imprese chiuse), tutte le imprese di Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio stanno pagando un prezzo salatissimo per i danni indiretti al turismo. E così le confederazioni reatine denunciano che tra Amatrice ed Accumoli c’è stato un calo di incassi stimabile addirittura in 14 miliardi, mentre in Umbria e Marche si è calcolato che gli introiti derivanti dal turismo sono calati addirittura del 50%. Ecco. Una situazione tragica. Di cui qualcuno dovrebbe occuparsi.