L'Editoriale

A Bruxelles una strategia che paga

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Le condizioni dell’Europa sono la maggiore preoccupazione del mondo. Non serviva che glielo dicesse Obama nella visita appena conclusa a Washington per spingere Renzi a inchiodare Bruxelles alle sue responsabilità. Il fallimento di un’Unione che oggi potrebbe fare dei muri il suo simbolo è sotto gli occhi di tutti. Interlocutore impalpabile su ogni grande problema del pianeta, dal terrorismo all’immigrazione sino alla bassa crescita mondiale, l’Ue è il vaso di coccio tra quelli di acciaio di Usa, Cina e – nelle intenzioni di Putin – Russia. Nulla che i capi di Stato riuniti al Consiglio europeo non sappiano, ma che torna utile nel momento in cui c’è da respingere le vessazioni di turno. Sul tavolo c’è infatti una prima valutazione della nostra Legge di stabilità, platealmente eccedente i limiti sul deficit. La strategia di Renzi può funzionare tanto facilmente? Può darsi di sì, magari dopo le solite raccomandazioni, perché a Berlino conviene tenersi il nostro premier e sperare che vinca il referendum piuttosto che aprire la strada a una imprevedibile fase di instabilità, magari con un successivo governo populista in stile Tsipras.

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