L'Editoriale

Al Pd piacciono le poltrone

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Vediamola con ottimismo, e prendiamo la battaglia sul Mes tra 5 Stelle e Pd come il segno che l’emergenza Covid-19 sta finendo e si può tornare alle vecchie abitudini, polemiche comprese. Uno scontro oggi talmente superfluo da essere seppellito in serata dal premier Giuseppe Conte, che ha ricordato come a decidere sarà a suo tempo il Parlamento.

Nel muro contro muro a cui assistiamo da giorni ci sono però alcuni indizi da non sottovalutare. Il primo è che il gioco di squadra su cui punta Conte nella trattativa in Europa non è così scontato, visto che i dem hanno già scoperto le loro carte rivelando di accontentarsi dello strumento per il soccorso finanziario che c’è già, giusto con l’aggiunta di qualche garanzia. Un rischio che i 5 Stelle non intendono correre, anche perché lo stesso blocco di potere germano-centrico che oggi detta legge e ci nega gli Eurobond domani potrebbe riproporsi e pretendere di spedirci in casa la troika. Meglio dunque cercare altre strade, e se il partito guidato da Nicola Zingaretti proprio lo vuole questo Mes che se lo voti alla Camere.

L’altro indizio che salta all’occhio è un certo nervosismo di fondo, neanche tanto ben nascosto sotto le preoccupazioni per l’emergenza sanitaria e gli effetti sull’economia. A bollire in pentola sono infatti le nomine pubbliche, ormai imminentissime, e qui balla il potere vero. M5S e Pd non hanno le stesse idee sugli obiettivi e i manager di alcuni tra i maggiori gruppi industriali del Paese, i cui amministratori pesano più di diversi ministri e possono segnare per anni la crescita nazionale. Non è abbastanza per essere nervosi?

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