L'Editoriale

Che errore nascondere la mafia nella Capitale

Salvatore Buzzi
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Salvatore Buzzi, il dominus del processo mafia Capitale, che però secondo la Cassazione non era mafia, continuerà a scontare a casa la sua pena. Nella libera interpretazione di cos’è mafia e cosa no, se ci si chiama Brusca (cosa nostra) o Zagaria (clan dei casalesi) si resta in carcere e pure in regime di massima sicurezza. Se invece si agisce fuori dalle regioni tradizionalmente occupate dalle cosche mafiose, seppure con metodi oggettivamente identici, l’aggravante del 416 bis non è affatto scontata. Ne saranno lieti Buzzi e il sodale Massimo Carminati, l’ex terrorista nero ritenuto responsabile, nella stessa inchiesta, del reato di associazione a delinquere semplice.

Tutto questo però rischia di indurci in un gravissimo errore: la mafiosità non è un fenomeno confinato in alcune parti d’Italia e inesistente altrove. A Roma, proprio dove le indagini coordinate dall’allora procuratore Giuseppe Pignatone e dai pm Cascini, Ielo e Tescaroli fecero emergere la pericolosità del cosiddetto mondo di mezzo, dopo quel processo e indipendentemente dal fatto che al terzo grado di giudizio sia stato ribaltato il verdetto di mafia dell’Appello, i clan sono saltati fuori davvero, con due condanne storiche e anche queste ormai passate in giudicato ai clan Spada e Fasciani (mentre per i Casamonica e i Di Silvio pende un maxiprocesso con le stesse accuse sostenute dal procuratore aggiunto Prestipino).

Parte delle famiglie storiche siciliane e calabresi sono inoltre emigrate, inseguendo l’unica cosa che gli interessa, cioè i soldi, e hanno ben saldamente piantato le tende al Nord e all’estero (indimenticabile la strage di Duisburg del 2007 in Germania). E ramificazioni sono evidenti pure per la ‘ndrangheta calabrese, come emerso dall’operazione guidata dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, che proprio ieri ha parlato di una ramificazione dell’organizzazione criminale dalle Alpi alla Sicilia. Per questo indicare in Buzzi che se n’è tornato a casa, la prova che la mafia nel Lazio (e a cascata in tutte le altre aree fuori dal Mezzogiorno) non esiste è un errore. E insieme un regalo ai clan che possono proseguire più rasserenati i loro traffici.

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