L'Editoriale

Ci vorrebbe una svolta diplomatica

Ci vorrebbe una svolta diplomatica

È arduo pensare che il nuovo avvicinamento degli Stati Uniti all’Europa al G7 di Evian dopo l’annuncio dell’avvio di negoziati in Iran cambi lo scenario strategico. Occorrerà fare i conti con l’imprevedibilità di Trump, verificare se nei sei mesi di cessate il fuoco non si verificheranno incidenti e non si ritorni alle minacce, se sul nucleare e sulle sanzioni davvero si matureranno le intese, e se in Libano, a Gaza e in Cisgiordania Netanyahu fermerà i propositi di espansione sollecitati dagli ultranazionalisti. Ciò che al momento conta, almeno, è che Trump si è reso conto che non può continuare a isolarsi dall’Europa, e che, alla fine, la linea dei ‘volenterosi’, con ora protagonista la Francia di Macron – pur con la politica di blandire il vanaglorioso Trump a Versailles – potrebbe dare qualche risultato per altri avvicinamenti, si spera sull’Ucraina. Certo rimane la responsabilità del fallimento della guerra all’Iran, tutta di Trump, che ci ha portato ad affrontare la questione critica della libertà di navigazione sullo stretto di Hormuz sinora mai posta, mentre rimane assolutamente irrisolto il problema che dovrebbe essere centrale: quello dei diritti e delle sofferenze dei popoli iraniano, palestinese e libanese. In tutto questo, nel nostro limes, la guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo moltiplicarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della Nato, operazioni ibride e azioni di pressione segnalano la soglia del conflitto diretto e dei meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno impedito un allargamento della guerra. A rendere ancora più allarmante il quadro ha provveduto l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, che dopo l’intrusione di un drone in Romania ha ricordato che «c’è una guerra in corso», aggiungendo che i cittadini europei «non dormiranno sonni tranquilli».

La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano sugli umori di Putin, cui fa ora gioco anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con Zelensky, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello.

Gli scenari

Questi scenari devono indurre i leader europei a un atto di responsabilità. Il punto centrale dell’analisi deve partire da una constatazione. Dall’Ucraina al Medio Oriente come anche al Sahel, e fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. In questi scenari le ‘grandi potenze’ non sono più orientate a richiamare i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite su cui si erano assunti impegni precisi all’indomani delle tragedie del Novecento: la loro visione è ormai declinata in senso sempre più competitivo e “imperiale”, dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’ Europa. Per l’Italia resta un punto fondamentale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale dell’Italia non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il Capo dello Stato e le altre Istituzioni di garanzia, e dunque la società civile e il mondo accademico, per maturare anche una maggiore consapevolezza collettiva sulle trasformazioni in atto. Occorre prendere d’esempio quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato Alexander Stubb ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio “Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. Stubb ha lanciato un monito: di fronte ad una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’ Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al Resto del Mondo (Canada, Giappone, Australia, etc.) e al Global South in particolare (Unione Africana, India, Brasile, paesi del Golfo, ecc.) rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato percepisce ora lo sfruttamento e la “trappola del debito” cinese, dall’altro si vede alienata dagli Usa per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, oltre che per le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e per il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un “Sud globale” sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza si tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le “middle powers” devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace. In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità per superare le derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.

Adesso o mai più

È dunque questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità ad un percorso concreto di pace per l’Ucraina. L’Europa deve promuovere senza esitare un progetto negoziale partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito, e Germania – avallata anche da molti altri Stati Ue – è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, non alimentando il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra soprattutto il tentativo di leader indeboliti al proprio interno di recuperare centralità sul piano internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e che risponde a una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Anche dopo il G7 occorrerà dunque puntare a ricostruire un formato E5 o E6 (con Italia, Polonia e Spagna) se non anche più allargato, ma soprattutto sarà necessario concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa per l’Ucraina, in tutti i prossimi vertici. La leadership dell’Italia ha il peso della responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui in questo momento ha bisogno la diplomazia dell’ Unione EuropeaParallelamente, ora sulle iniziative di pacificazione annunciate in Medio Oriente occorre guardare ancora ai rischi che falliscano: vanno valutate tutte le interconnessioni con i fronti iraniano e libanese e con le dinamiche della crisi palestinese, per cui il percorso dei negoziati, anche sul nucleare come su Hormuz e sulle scelte per le sanzioni, deve essere seguito sul piano multilaterale dall’Europa. L’Europa non può rimanere semplice spettatrice: dal G7 al G20, all’Onu e anche con altre intese multilaterali deve vigilare su un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica la mediazione e le funzioni di verifica indipendente e di supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sulla dimensione umanitaria e dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di tutela, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite, a cominciare dalle Forze di pace dell’Onu e dall’Alto Commissario per i diritti umani, oltre che per le altre agenzie collegate. In definitiva, sulle visioni strategiche dell’Italia e dell’Europa non rimane che una scelta: è il momento di cominciare a far lavorare sul serio le diplomazie per rifondare le regole del diritto internazionale. È la sola via da percorrere per dare una risposta non più rinviabile alla domanda di pace delle nostre comunità.

Maurizio Delli Santi, Membro International Law Association