L'Editoriale

Confindustria, in recessione c’è la sua lealtà al Paese

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Visto che non sta bene chiamarli gufi, che ricorda Renzi e porta male, allora non resta che passare agli sciacalli. Dalla Confindustria ai suoi giornaloni di complemento, da giorni sentiamo bilanci e previsioni catastrofiche sull’economia del Paese. Un film trasmesso a reti unificate che ha sempre la stessa trama: il Governo degli incompetenti ci sta portando alla rovina. Con una morale conseguente: Cinque Stelle e Lega prima se ne vanno da Palazzo Chigi e meglio è.

Ma quanto possiamo fidarci di questo racconto, e soprattutto se al posto dei gialloverdi avessimo oggi qualcos’altro – ma nessuno sa dirci cosa – la situazione sarebbe migliore? Proviamo a dare qualche risposta partendo da un’inquietante somiglianza tra le continue esternazioni dell’associazione industriale e le fallimentari ricette del Fondo monetario internazionale, cioè il pilastro di quelle politiche dell’austerità che hanno affamato mezzo pianeta.

Una somiglianza che il solito complottista M5S – in questo caso il vicepresidente della Commissione Finanze del Senato, Stanislao Di Piazza – ha ricordato proprio ieri non essere così casuale, visto che l’autore delle previsioni economiche a Viale dell’Astronomia, cioè il direttore del Centro studi Andrea Montanino, in passato guarda che coincidenza era il direttore esecutivo proprio del Fondo monetario, casa madre di Cottarelli e tutti gli altri sacerdoti del tirare la cinghia, purché sia chiaro non si tratti della loro.

Vabbè, vi direte, che importanza ha se i dati che ci riguardano sono esatti e certificati da chi sa fare di conto? Ecco, anche qua c’è però da precisare. Confindustria è infatti l’organizzazione che da anni fornisce suoi valorosi esponenti per tutte le poltrone di Stato da occupare, e la capogruppo M5S in Commissione Finanze del Senato, Laura Bottici, deve prendere più volte fiato per ricordarli tutti, dall’ex ministro Carlo Calenda a Emma Marcegaglia, Federica Guidi e chi più ne ha più ne metta, transitati per ministeri e società pubbliche. Insomma, senza scomodare la gestione fallimentare del Sole 24 Ore, chi sta attaccando a testa bassa il Governo ha ben poco da insegnare.

Ciò nonostante, mentre Salvini ha respinto senza complimenti le critiche al mittente, Di Maio ha risposto più diplomaticamente, incassando le preoccupazioni delle imprese. Una mossa ragionevole, perché la politica e il mondo che produce se si fanno la guerra non vanno lontano. Il dialogo, dunque, è la precondizione per far crescere il Paese, insieme a una lealtà verso chi ha ricevuto il mandato democratico di governare, che ad oggi si fa fatica a vedere nel fuoco di sbarramento ordinato da tutti i poteri forti o sedicenti tali.

Una vocazione al tanto peggio tanto meglio che c’è da sempre nel Dna della nostra borghesia produttiva, quella del “chiagni e fotti”, che va in chiesa e lungo la strada mette le corna al coniuge. E anche per questo non sta a disagio al convegno sulla famiglia di Verona.

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