Diceva Marx che quando il capitalismo sarebbe arrivato al massimo della contraddizione, il sistema sarebbe collassato. L’aumento del saggio di profitto e il crollo dei salari avrebbe generato un divario intollerabile tra ricchi e poveri. E le condizioni per una rivoluzione del proletariato innescata dai livelli intollerabili di miseria cui la classe operaia era stata ridotta.
La previsione si rivelò giusta, anche se la ricetta del comunismo, sfociato nella sua applicazione pratica in dittature repressive e spesso sanguinarie, si dimostrò fallimentare. Ma non vedere oggi che il sistema neo-liberista sta producendo le stesse contraddizioni del capitalismo avversato da Marx, sarebbe come ignorare i corsi e i ricorsi storici sui quali Giambattista Vico ci mise in guardia. Ora, non si può pretendere che la premier Giorgia Meloni conosca le basi della filosofia, ma per il ruolo che riveste è lecito esigere che padroneggi almeno i fondamentali dell’economia. Anche se alcune recenti affermazioni – tipo quelle sullo spread che rende i titoli italiani più sicuri di quelli tedeschi o sulla pressione fiscale che cresce perché c’è più gente che lavora – qualche dubbio lo lasciano.
Di certo comprenderà la gravità dei numeri diffusi ieri dall’Oxfam all’apertura del World Economic Forum di Davos: nel 2025 la ricchezza dei miliardari italiani è cresciuta di 54,6 miliardi di euro, cioè 150 milioni di euro al giorno. Allo stesso tempo, il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre otto volte la ricchezza della metà più povera. Non rischieremo forse un’altra rivoluzione bolscevica, ma il disastro sociale è alle porte. E continuare ad ignorarlo non risolve i problemi. Li aggrava.