L'Editoriale

Grillo vince nel tribunale sbagliato

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Le sentenze vanno sempre rispettate, ma il refuso con cui l’avvocato che chiedeva l’ineleggibilità del sindaco Raggi viene chiamato dal giudice “Vagabondo” (e non Venerando) svela una mancanza di approfondimento su una faccenda delicatissima che si chiama democrazia. La nostra di democrazia, tutelata da una carta che gli italiani hanno appena difeso con un referendum, prevede che i rappresentanti dei cittadini siano liberi da condizionamenti. Per questo nella nostra, come in altre grandi democrazie, si è istituita l’assenza di vincolo di mandato e, a rafforzare, persino l’immunità parlamentare. Il rappresentante dei cittadini insomma risponde solo ai suoi elettori e alla propria coscienza e non ai partiti o a patti con chicchessia. In un tentativo che ha dato l’impressione più di voler ribaltare in tribunale la sconfitta elettorale che far osservare lo spirito della legge sulla libertà degli eletti, è stato avanzato un ricorso che a quanto pare aveva non poche lacune tecniche. Il tribunale ha fatto il suo dovere e così l’istanza è stata rigettata. La questione però resta aperta, insieme all’evidenza che a farsene carico non deve essere un giudice ma il legislatore.

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