L’Italia ha bisogno di riforme profonde, ma ci si può fidare di Giorgetti?

di Gaetano Pedullà

Sediamoci attorno a un tavolo “per cambiare tutti insieme quattro-cinque cose e dare un governo decente al Paese”. A proporlo è stato ieri il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti, e non è esattamente quello che diceva ad agosto scorso, quando invece spingeva Salvini a staccare la spina del Governo gialloverde per prendersi i pieni poteri. Solo per questo un po’ di diffidenza è il minimo sindacale, anche se l’idea non è sbagliata e non c’è dubbio che l’Italia abbia bisogno di riforme profonde, che possono funzionare meglio se sono condivise.

Quello di cui spaventarsi è però la reazione dei partiti tradizionali, a partire dall’Italia Viva di Matteo Renzi, istantanei nell’applaudire all’ex sottosegretario leghista. Con la sola eccezione dei Cinque Stelle, che con tutti i loro casini interni si confermano comunque l’unica forza anti-quel-sistema, e prima di portare il cervello all’ammasso si sono chiesti cosa abbiano in mente gli affidabilissimi leghisti, a partire da una legge elettorale di impronta maggioritaria, per tornare come nel gioco dell’oca alla casella di partenza, guarda caso la stessa dei pieni poteri.

E perché ad aprire su una sorta di nuova costituente è stato Giorgetti e non Matteo Salvini? E su questo sono d’accordo la Meloni e Berlusconi? A meno di calarci nei panni di Alice nel Paese delle meraviglie le risposte a queste domande le sappiamo già e quindi la proposta ha più che il sapore di una provocazione, l’ennesima, per gettare zizzania nel campo della maggioranza, dove di motivi per dividersi ce n’è già a sufficienza.

 

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