L'Editoriale

La pace non si paga in rubli

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Per chi se ne infischia delle regole che nelle democrazie dovrebbero essere inviolabili (dovrebbero!), tipo non commettere i crimini di guerra che stiamo vedendo in Ucraina o non chiudere la bocca agli oppositori politici con arresti di massa e condanne farsa tipo Navalny, cambiare le carte in tavola nei contratti commerciali sul gas è sicuramente l’ultimo dei problemi.

Perciò non c’è da meravigliarsi se Putin ha deciso unilateralmente di cambiare la valuta con cui ci vende l’energia, sostituendo euro e dollari con i rubli che in Russia ti tirano dietro per quanto si sono svalutati, anche per la bolla creata dalla banca centrale di Mosca stampando un’infinità di moneta.

Ieri questa mossa ha dato un po’ di respiro alla valuta, ma alla lunga non servirà assolutamente a niente, e al contrario sta dimostrando quanto lo zar sia ormai a secco di munizioni finanziarie, piegato da quasi un mese di guerra a cui vanno aggiunti molti anni di crisi economica, e il sostanziale fallimento delle privatizzazioni spartite tra gli amici ai tempi di Eltsin.

Perciò chi contesta l’efficacia delle sanzioni – pur sostenendo giustamente che costano molto anche a noi – anche dall’avventatezza di queste imposizioni ha un’ulteriore prova di quanto l’embargo in corso stia mettendo il Cremlino con le spalle al muro.

Un altro mattone del muro che continua a cadere su Putin, anche con l’abbandono di alcuni alti dirigenti (si parla della stessa potentissima presidente della Banca centrale). L’unica possibilità che il leader russo si sieda al tavolo a trattare la pace.

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