L'Editoriale

La pubblicità è l’anima della Lega. La febbre da elezioni sta spingendo Salvini a spararla ogni giorno più grossa

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Dopo essersi preso l’esercito, con una direttiva sui migranti che non compete al Viminale, Matteo Salvini fa sue anche le città, affidando ai prefetti il contrasto al degrado che è compito dei sindaci. Ci manca solo che commissari gli arbitri per far vincere il suo Milan, e magari mentre ci siamo il Parlamento e il Quirinale, così è sicuro che l’Italia funzionerà benissimo, o male che vada i treni torneranno ad arrivare in orario.

Siamo troppo vicini al 25 Aprile per fare altra ironia sulla mostruosità dei regimi, ma non c’è dubbio che la febbre da elezioni sta spingendo il leader della Lega a spararla ogni giorno più grossa, col risultato di far delirare i suoi tifosi e molti nuovi, tutti affascinati dalla figura di questo indomito risolutore di problemi. Dietro lo spot elettorale però non c’è affatto quello che appare, e le continue invasioni di campo in ambiti che non gli appartengono, oltre a illuderci su chi sia il più bravo anche tra gli alleati di Governo, alla fine non servono a niente.

Chiudere i porti a chi fugge dalle guerre – che piaccia o no – non si può fare a meno di commettere quello che la nostra Costituzione e la comunità internazionale considera un crimine contro l’umanità, i militari non sono comandati dal ministero degli Interni, e ordinare ai prefetti di far rispettare l’ordine senza la polizia che lo stesso Salvini non può fornire ricorda la supercazzola degli aerei spostati dal Duce da un aeroporto all’altro, per far vedere che l’Italia ne aveva a volontà quando invece volava solo l’ambizione di un gerarca in cerca del posto al sole. E poi abbiamo visto com’è andata a finire.

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