L’alibi dell’abuso d’ufficio

di Gaetano Pedullà

Un bel patto con la maggioranza e l’opposizione, come nei tempi andati, quando le imprese spartivano a tutti e il soldo girava, con buona pace se finiva nelle tasche di corrotti e delinquenti. L’ultima idea lanciata dal presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, sa molto d’antico, e sorprende che non susciti inquietudine almeno in quella parte del mondo economico che ha sempre pagato caro il consociativismo dietro al quale ha prosperato e ancora campa (eccome se campa!) la politica degli affari. D’altronde inciucioni, patti del Nazareno, una certa arte di saper vivere, insomma, sono vizi che non riusciamo a toglierci.

Perciò, per ottenere più consenso la politica non ha nulla di più facile che assecondare queste passioni, magari abbassando le già fragili barriere rimaste a presidio di una legalità che inizia ad essere percepita come un fastidio. Non a caso Raffaele Cantone ci ha appena detto di un’Italia che con le tangenti ci convive bene, e adesso lo stesso leader della Lega si spinge a ipotizzare la cancellazione dell’abuso di ufficio, reato che sicuramente spaventa i sindaci, soprattutto quelli non in buona fede, ma che è un argine al Far West negli enti locali e, più in generale, in tutta la pubblica amministrazione.

La burocrazia non c’è dubbio che va snellita, anche perché è li in mezzo che si alimenta l’industria delle mazzette (unico comparto col Pil alle stelle), ma questo si fa definendo regole certe e non regalando l’impunità a chi gestisce il denaro pubblico, troppe volte come sappiamo senza impedire che rimanga impigliato in qualche tasca.

 

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