L'Editoriale

M5S e Pd vicini ma divisi

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp

Perché Nicola Zingaretti ci ha messo tanto per dire Sì al referendum tagliapoltrone? Perché è lampante che un mucchio di notabili del Pd non vuol saperne di ridursi le cadreghe, e perché la base dem preferirebbe una legnata nelle zone basse piuttosto che riconoscere al Movimento di aver fatto qualcosa di buono. Morale della storia: bisogna avere una bella fantasia per pensare che queste due forze politiche possano convergere un giorno in un contenitore comune. I primi tentativi di avvicinamento, d’altra parte, sono stati disastrosi.

Basti pensare a cos’è successo alle Regionali in Umbria o alle poche alleanze costruite sui territori in vista delle elezioni del 20 e 21 settembre. Per non parlare dei veti preventivi, tipo quello sulla Raggi. Noi qui non vogliamo fare l’errore di considerare masochisti quei 5 Stelle che non votando Emiliano in Puglia e Giani in Toscana rischiano di andare incontro a una brutta sconfitta, di fare un regalo alle destre e indebolire il Governo Conte.

Questi elettori – c’è da scommetterci – hanno capito bene il valore di tutta questa posta in gioco, ma se ciò nonostante hanno preteso le candidature di Laricchia e Galletti vuol dire che l’alternativa è per loro indigeribile, come lo è aver dovuto attendere la direzione nazionale di ieri per vedere il Pd che accetta di ridurre uno dei tanti sprechi di questo Stato spendaccione con i soldi nostri. Di fronte alla falange delle destre, che marciano divise con tre leader che a malapena si sopportano ma poi attaccano sempre insieme, e così traggono il massimo risultato, sul fronte giallorosso è più redditizio fare lo stesso definendo alcuni valori comuni su cui scegliere in futuro dei candidati condivisi, ma restando distinti se non distanti.

Niente fusioni a freddo, insomma, o imposizioni dell’ultimo momento col ricatto di prendere una sberla elettorale. Perché la base Cinque Stelle massacrata dalle menzogne che gli buttano addosso tv e giornali, ormai sa accettare le sconfitte ai seggi, ma non di dare il voto a chi ha rappresentato un sistema di potere o ancora cincischia per difendere – dietro le giuste prerogative del Parlamento – pure le caselle della casta.

Gli ultimi editoriali

Sembra Draghi ma è Putin

Per convincerli in appena dieci minuti, Draghi deve essere stato più che esplicito. Convocati d’urgenza i ministri, ieri pomeriggio li ha messi con le spalle

Continua »