L'Editoriale

Manine senza pudore

Si sono vergognati troppo: con il Paese in bolletta il governo che toglie il tetto di 240mila euro agli stipendi dei dipendenti pubblici è una schifezza.

Si sono vergognati troppo: con il Paese in bolletta – e non è un modo di dire se pensiamo ai conti di luce e gas – il governo che toglie il tetto di 240mila euro agli stipendi dei dipendenti pubblici è una schifezza.

Così ieri il premier Draghi ci ha messo una pezza, senza colpo ferire però sulle solite manine del Ministero dell’Economia, dove si è consumato il misfatto. La norma che gonfia le buste paga dei papaveri di Stato, partita da Forza Italia nella pausa tra una richiesta e l’altra di tagliare il Reddito di cittadinanza, sarebbe finita nel cestino come molte altre simili senza il via libera degli uffici di Daniele Franco, il ministro scelto personalmente dal Presidente del Consiglio.

Il colpaccio, dunque, si è tentato nelle stanze che un tempo ospitavano Quintino Sella e oggi, più modestamente, sono il crocevia di privatizzazioni dove quasi sempre i privati fanno gli affari e il pubblico ci rimette.

Perché tutto questo? Certo, i dirigenti pubblici premono per avere più quattrini, ma l’interpretazione data nell’ambiente è che il colpo gobbo sia stato infilato nello stesso provvedimento con cui si salvava il Superbonus 110% per sporcare una vittoria dei 5 Stelle, cioè i soli sostenitori della misura che ha evitato il fallimento a circa 50mila imprese del settore delle costruzioni.

Ora a pensar male si fa peccato, ma la circostanza che nessuno sia stato chiamato a rispondere del tentato aumento degli stipendi è più di un indizio sulla volontà di fare quello che si è fatto. E la marcia indietro di ieri non cancella la vergogna per chi ci ha provato.