L'Editoriale

Meloni da pontiera a equilibrista. L’editoriale di Antonio Pitoni

Altro che pontiera con gli Usa. Meloni continua a fare l'equilibrista con Trump sull'Iran. Ma la vera guerra che la preoccupa è il referendum

Meloni da pontiera a equilibrista. L’editoriale di Antonio Pitoni

Ci si è messo, domenica, pure il meteo che l’ha costretta a disertare le Paralimpiadi di Cortina, dove Giorgia Meloni era attesa alla cerimonia di chiusura. Un diversivo per tenersi alla larga per un giorno dai guai che continuano a moltiplicarsi.

La guerra in Iran scatenata da Trump, trascinato da Netanyahu in un conflitto che non promette bene neppure per gli Stati Uniti; il nostro contingente in Libano tra il fuoco incrociato di Israele e Hezbollah; i prezzi dell’energia e dei carburanti fuori controllo, sui quali il governo continua a rinviare; il rifiuto delle opposizioni a collaborare per gestire il momento più buio del suo mandato. Così ieri la presidente del Consiglio ha scelto il salotto tv, di certo non ostile, di Quarta Repubblica per il suo genere letterario preferito: un rassicurante monologo in vista del referendum che deciderà le sorti della riforma del Csm vergata dal ministro Nordio, ma non quelle del governo.

“Non lego il mio destino all’esito del referendum, perché la riforma della giustizia per me è una cosa super importante, dopodiché è una delle 400, 500, 600, 1000 cose che abbiamo fatto in questi quattro anni”, ha avvertito Meloni. Che a due settimane dall’inizio, non ha ancora idea di come attenuare gli effetti nefasti della guerra all’Iran sulla nostra economia.

La sedicente pontiera con gli Usa appare, del resto, sempre di più una spericolata equilibrista. Intervenire ad Hormuz, come pretende Trump, “vorrebbe dire fare un passo avanti verso il coinvolgimento” nel conflitto, ha ammesso la premier. Aprendo invece al rafforzamento della missione Aspides nel Mar Rosso su cui la strada in Europa è già tutta in salita. Fumo negli occhi, come quello che rimprovera alle opposizioni di alzare sul referendum.