L'Editoriale

Olimpiadi, rischiamo la solita mangiatoia

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Milano e Cortina si sono aggiudicati i Giochi del 2026, adesso vediamo se la nuova specialità olimpica diventerà il salto del Trojan. Nel progetto ufficiale è già messo in conto tanto di quel cemento da non lasciare dubbi sulla festa che hanno fatto ieri affaristi e faccendieri. Altro che il Carro di Carnevale della delegazione italiana a Losanna, con i Sala, Zaia, Christillin varie e Malagò che si abbraccia l’ex schermitrice Bianchedi, non sia mai che gli tocchi fare lo stesso con l’odiatissimo Giorgetti. Sia chiaro: abbiamo davanti una grande vetrina internazionale, e anche un’occasione di sviluppo, ma col pedigree che ereditiamo non c’è tanto da esultare. Dai mondiali di nuoto a Roma, gareggiati più in Procura che in piscina, all’Expo realizzato all’ultimo istante e in deroga a tutto, dopo anni di immobilismo, sappiamo bene quali sono i nostri slalom più difficili, tra corruzione, criminalità e burocrazia. Questo non vuol dire che non ci si debba lanciare. Lo sport ci spinge a metterci in gioco e superare noi stessi, a migliorarci e ad eccellere. Per vincere però non basta il fiato, ma serve la testa. E gli errori fatti anche venti anni fa alle Olimpiadi invernali di Torino stanno a testimoniare quanto sia inutile far girare il denaro se poi non lo si utilizza bene. E a proposito di Torino, la sindaca Appendino ha di che recriminare nel non far parte della squadra che ha vinto? Vista la mangiatoia che si prepara, può tirare comunque un sospiro di sollievo. Esattamente come pare che stiano facendo anche a Stoccolma.

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